Osservazione su un caso di nevrosi ossessiva (1909): parte 2

Dalla storia della malattia: il grande timore ossessivo (1909, 6:15-21)

La su a più grande ossessione è che dei topi s’infilino nell’ano del padre e di una signora che ammira molto. Il padre è morto da molti anni e pertanto questa ossessione è ancora più paradossale della prima, in analisi ha provato diverse volte a sottrarsi dall’ammetterlo. Un giorno il paziente ordinò un pince-nez in sostituzione di quello che aveva perso. Gli fu spedito per posta, lo ebbe consegnato direttamente da un capitano. Quest’ultimo gli comunicò che le spese erano state saldate dal tenente A., verso il quale pertanto il paziente era ora debitore. In seguito in lui nacque l’idea (in forma di giuramento) secondo la quale se non avesse restituito l’assegno delle spese postali di 3,80 corone, direttamente al tenente A., la fantasia dei topi avrebbe colpito sia il padre che la signora. Per due giorni gli fu impossibile rispettare quel giuramento causa difficoltà sempre via via più gravi e apparentemente di sicuro plausibili. In realtà egli avrebbe dovuto restituire l’assegno alla signorina dell’ufficio postale. Emerse che in realtà il capitano si era sbagliato, quando, alla consegna del pacchetto, gli ricordò di restituire le 3,80 corone al tenente A. Il paziente in qualche modo sapeva che si trattava di un errore, ma nonostante ciò, su quell’errore costruì quel giuramento che divenne poi il suo tormento.

Dalla storia della malattia: avvio alla comprensione della cura (1906, 6:21-30)

Il padre del giovane paziente era morto, nove anni addietro, di sera. Nel momento del trapasso il figlio non era presente, e di questo si rimproverava. In seguito, quel rimprovero, divenne vero e proprio tormento. Il paziente, grazie al lavoro d’analisi con Freud, comprende che in realtà aveva desiderato la morte del padre: arriva a dire che, dall’età di sette anni, aveva il terrore che i genitori potessero indovinare i suoi pensieri e questa paura, da allora, gli era rimasta. A dodici anni pensò che grazie alla morte di suo padre forse sarebbe riuscito a diventare sufficientemente ricco da sposare una ragazzina che amava. Nella settima seduta con Freud dice di non riuscire a credere di aver avuto quel desiderio contro suo padre e  che la sua malattia si è aggravata proprio dopo la morte del padre, e Freud è d’accordo: nel lutto per il padre il giovane trae la maggior parte dell’intensità della sua malattia. Un lutto normale si risolve in un anno o due, uno patologico come il suo non ha limiti di durata.

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Cfr. S. Freud, Casi clinici e altri scritti 1909-1912, Opere di S. Freud, Vol. 6, Torino, Bollati Boringhieri, 2003