Melanie Klein. Il suo mondo e il suo lavoro: parte 1

Grosskurth Phyllis articola il suo libro (Grosskurth Phyllis – Melanie Klein. Il suo mondo e il suo lavoro, Bollati Boringhieri, 1988, Torino) intrecciando la vita privata di Melanie Klein con la sua opera. Nonostante le ottime introduzioni al pensiero della Klein in circolazione, per esempio il testo di Hanna Segal “Melanie Klein”, mai nessuno ha approfondito così nei dettagli le connessioni intercorrenti tra la persona e l’opera di Melanie Klein. Grosskurth, a partire da una grande quantità di documenti, carteggi, testimonianze inedite, ci restituisce il complesso intreccio intercorrente tra gli affetti, il dolore,  i conflitti, e il suo originale approccio alla psicoanalisi.

La biografia della Grosskurth inizia con il descrivere il  rapporto complicato di Melanie con la madre possessiva, della sua idealizzazione del fratello che morirà giovane, del fallimentare matrimonio che ebbe fine con un divorzio. La sua giovinezza fu costellata da crisi depressive. La Klein che emerge dalla narrazione della Grosskurth, è una donna piena di passione, intelligente ma insoddisfatta, dedita alla scrittura di poesie e racconti, sempre alla ricerca di un senso da dare a ciò che sente e desidera nel profondo. Melanie incontra la psicoanalisi nel 1914 leggendo “Il sogno” di Sigmund Freud (1900). In questo scritto intercetta uno stile ed un approccio corrispondente alle questioni interiori che la tormentano in quel periodo, scriverà a proposito: “Si trattava proprio di quel che andavo cercando, almeno in quegli anni in cui bruciavo dal desiderio di trovare ciò che potesse soddisfarmi intellettualmente ed emotivamente”[1].

La Klein avvia un percorso analitico con Ferenczi,  che la incoraggia ad approfondire le sue abilità innate nel comprendere i bambini, invitandola a mettere in gioco queste doti nel suo lavoro d’analisi. Conclusa l’analisi con Ferenczi, diventa membro della società psicoanalitica ungherese ed inizia a presentare i suoi primi lavori di psicoanalisi applicata all’infanzia. Tra i vari casi spiccano senza dubbio quelli dei suoi due figli, celati sotto i nomi di Fritz e Felix. L’incontro con Karl Abraham sarà decisivo. Klein lo eleggerà, insieme a Freud naturalmente, maestro e guida in grado di ispirare nuove prospettive teoriche e cliniche per la psicoanalisi. Klein riporterà nella sua autobiografia l’episodio di quando, durante un congresso nel 1924 Abraham disse “[…] che il futuro della psicoanalisi dipendeva dall’analisi infantile. Mai prima di allora mi aveva parlato delle sue opinioni con tanta forza e poiché io ero in quei primi anni veramente inconsapevole della importanza del contributo che stavo dando alla psicoanalisi, le sue parole furono per me una sorpresa”[2]. Un anno dopo Abraham morì. Fu un duro colpo per la Klein che, dopo essersi trasferita a Berlino, da un anno era in analisi con lui: ”Quando di colpo interruppi la mia analisi con Abraham c’era ancora tantissimo che non era stato analizzato e da allora ho continuato nella direzione di una sempre maggiore conoscenza delle mie angosce e difese più profonde”[3].


[1] Grosskurth Phyllis – Melanie Klein. Il suo mondo e il suo lavoro, Bollati Boringhieri, 1988, Torino, p. 87

[2] Grosskurth Phyllis – Melanie Klein, op. cit, p. 143

[3] Grosskurth Phyllis – Melanie Klein, op. cit, p. 169