Mé phûnai (3/9)

In Precisazioni sui due principi dell’accadere psichico Freud si occupa del caso di un uomo che si è preso cura del padre durante la sua lunga malattia che lo ha condotto alla morte. Nei mesi successivi al decesso sogna continuamente il padre in vita che parla con lui come una volta, con un particolare però: si sente investito da una sensazione di dolore opprimente perché “il padre era già morto, solo che non lo sapeva”. Un sogno apparentemente contraddittorio dice Lacan nel Seminario VI[1] che però, aggiungendo “secondo il suo desiderio” (selon son voeu)[2], quello del sognatore per intenderci, o “in conseguenza del suo desiderio”, subito dopo le parole  “era già morto”, e “che egli aveva questo desiderio” dopo le ultime parole, il sogno acquista un senso nuovo, per certi versi sorprendente. Il sogno diventa meno contraddittorio: il padre, secondo il desiderio del sognatore, era già morto, solo che non lo sapeva che egli, il sognatore, aveva questo desiderio. Il sogno mostra al soggetto qualcosa di doloroso: il ricordo di aver dovuto augurarsi la morte del padre (come liberazione), mentre era ancora in vita. Ma, ancora più doloroso è l’idea di  quanto sarebbe stato orribile se il padre si fosse reso conto di quel desiderio assurdo. Si configura quindi quella situazione di autorimprovero che segue la perdita di una persona cara, connessa al desiderio infantile di morte rivolto contro il padre.[3]

Inoltre, avendolo assistito durante tutto il decorso della malattia, il figlio aveva in più occasioni desiderato la morte del padre, come una sorta di liberazione da quella condizione così drammatica. Questo desiderio recondito si trasformò in un rimprovero inconscio, come se realmente questa idea avesse in qualche modo abbreviato la vita del padre. Freud sostiene che il sogno abbia trovato la sua forza propulsiva nel risveglio dei primissimi impulsi infantili rivolti contro il padre e nel rimprovero riconducibile ad essi.[4] Per il soggetto è straziante ricordare di aver augurato la morte al padre, mentre era ancora in  vita. Quindi il “non lo sapeva” si comprende, con l’aggiunta di “il padre era  morto secondo il suo desiderio”, ovvero il padre non sapeva che era secondo il suo desiderio (del figlio) che era morto.

Il soggetto, dice Lacan, dopo avere  esaurito in tutte le forme la via del desiderio, è condotto al punto in cui non può proferire nessun’altra esclamazione se non mé phûnai[5], “non essere nato”. È qui che approda la sua esistenza, giunta all'”estinzione del desiderio” […]. E’ un dolore dell’esistenza quando questa non è più abitata da nient’altro che dall’esistenza stessa, mentre tutto, nell’acme della sofferenza, tende a abolire quel termine inestirpabile che è il desiderio di vivere[6].

Il “dolore di esistere” quando il desiderio non c’è più è ciò che ha vissuto il padre, e che in un certo qual modo è ciò che si trova ad attraversare anche il figlio nel sogno. Il soggetto è all’oscuro di ciò di cui egli si fa carico: proprio di questo dolore, in quanto tale. Essendo quel desiderio inaccettabile, sconosciuto al soggetto stesso, di cosa si autorimprovera dunque? Di essere esistito in questo desiderio. È un sentimento assurdo, contraddittorio, quello che si introduce in questo sogno, qualcosa che tende al ridicolo proprio perché è in atto un ripudio particolarmente violento del significato del sogno[7]. Quel desiderio desidera che suo padre muoia non per porre fine alle proprie sofferenze, ma  perché il figlio si augura ciò in quanto suo  rivale. Il figlio, assumendosi il dolore del padre senza saperlo, mantiene davanti a sé, nell’oggetto, una ignoranza che gli è assolutamente necessaria: non vuole cioè sapere che “sarebbe stato meglio non essere nato”, ovvero che l’esistenza, nella sua fase terminale, non aveva altro in serbo che il dolore d’esistere. Allora, questo dolore d’esistere, meglio assumerlo in quanto dell’altro, di chi cioè mi sta davanti, affinché si possa  dissimulare nella proiezione del sogno, il disvelamento di quel segreto inconfessabile contenuto del desiderio: “le voeu de la castration du pèrè“, “il desiderio della castrazione del padre”[8].  Ovvero il desiderio che, nel momento della morte del padre, produce degli effetti sul figlio, in quanto adesso è il suo turno, tocca a lui essere castrato.

Il sogno costringe il soggetto a confrontarsi con la morte, con la propria e dunque con la castrazione. L’ombra del padre che appare nel sogno consente di evitare questo confronto, dice cioè che lui, il soggetto, è ancora vivo, non è morto, dal momento che può soffrire al posto dell’altro. “Ma dietro a questa sofferenza viene mantenuto l’inganno mediante cui, in questo momento cruciale, il padre, il padre rivale, il padre che deve essere ucciso, il padre a cui il soggetto si fissa immaginariamente, è il solo a cui egli possa ancora aggrapparsi”[9]. Lacan sottolinea che l’analista deve introdurre, in un certo qual modo, qualcosa di problematico affinché si possa “evidenziare quello che  finora è rimosso e sottinteso, in modo da  farlo sorgere come tale dall’inconscio, ovvero che il padre era morto già  da lungo tempo “secondo il suo desiderio”, secondo il desiderio dell’Edipo […][10].


[1] J. Lacan, Le Séminaire Livre VI, Le désir et son interprétation, Editions de La Martinière, Le Champ freudien, Paris, 2013.

[2] Lacan traduce Wunsch quasi sempre con  vœu, “voto”, nel senso di auspicio, augurio, aspirazione. Nell’edizione italiana delle Opere di  Sigmund Freud, Wunsch è tradotto in “desiderio” che si riferisce ad un moto di concupiscenza o di cupidigia, che in tedesco si scrive con Begierde o anche con Lust.

[3] S. Freud, Precisazioni sui due  principi dell’accadere psichico (1911), in OSF, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, pp. 460 – 461; Interpretazione dei sogni (1899) nell’edizione del 1911.

[4] S. Freud, L’interpretazione dei sogni (1899), in OSF, Boringhieri, Torino, 1966, vol. 3, p. 394.

[5] La maledizione proferita nell’Edipo a Colono di Sofocle – “meglio sarebbe non essere mai nato” –  di cui Lacan,  nell’Etica della psicoanalisi dice che si presenta sempre “sotto il velo dell’odio contro il Padre”.

[6]  Lacan, J., Le Séminaire Livre VI, Le désir et son interprétation, Editions de La Martinière, Le Champ freudien, Paris, 2013, p. 116.

[7] J. Lacan, Le Séminaire Livre VI, op. cit., p. 117. “L’assurdo diventa così uno dei mezzi coi quali il lavoro onirico rappresenta la contraddizione […]. Ma l’assurdo del sogno non va tradotto con un semplice “no”; esso deve invece riflettere l’atteggiamento dei pensieri del sogno, e contemporaneamente ironizzare o ridere mediante la contraddizione. Solo a questo fine il lavoro onirico fornisce  qualche cosa di ridicolo. Ancora una volta esso qui trasforma un brano del contenuto latente in una forma manifesta.  Il lavoro onirico pone dunque in parodia il pensiero definito ridicolo, creando qualche cosa di ridicolo che è in relazione con esso.” S. Freud, L’interpretazione dei sogni (1899), cit., p, 395.

[8] Ibidem.

[9] J. Lacan, Le Séminaire Livre VI, op. cit., p. 119.

[10] J. Lacan, Le Séminaire Livre VI, op. cit., p. 118.