Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci e altri scritti (1910)

Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci (1910) 213-28

1 Leonardo da Vinci (1452-1519) fu ammirato già dai suoi contemporanei come uno dei più grandi uomini del Rinascimento italiano. È certamente possibile che l’immagine di un Leonardo radiosamente sereno sia valida solo per il primo e più lungo periodo della sua vita. Successivamente, quando si indusse ad abbandonare Milano, sino all’ultimo rifugio in Francia, è probabile che lo splendore della sua indole sia andato offuscandosi, e abbia acquistato maggiore spicco qualche tratto singolare della sua natura. La lentezza con cui Leonardo dipingeva era proverbiale. La lentezza che sempre contraddistinse il suo lavoro si rivela come un sintomo della sua inibizione nell’esecuzione, una sorta di premonizione di quel distacco dalla pittura che sarebbe subentrato in seguito. Leonardo si distingueva per la sua tranquilla placidità, per la cura con cui evitava qualsiasi ostilità e contrasto. In un periodo che vedeva in lotta tra loro una sensualità sfrenata e una cupa ascesi, Leonardo fu un esempio di freddo rifiuto della sessualità, quale non si ci aspetterebbe in un artista e in un interprete della bellezza femminile. Divenuto maestro, si circondò di bei ragazzi e giovinetti, che accoglieva come discepoli. Dopo un periodo infantile di curiosità al servizio di interessi sessuali, sarebbe riuscito a sublimare la maggior parte della sua libido in una spinta alla ricerca: ciò costituirebbe il nucleo e il segreto del suo essere.

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Il ricordo raccontato da Leonardo è il seguente: mentre era nella culla, venne un nibbio che gli aprì la bocca con la coda e lo percosse molte volte “dentro alle labbra”. La scena del nibbio è talmente inverosimile che non è un ricordo di Leonardo, ma una fantasia che egli si è costruita più tardi riferendola alla sua infanzia. Spesso i ricordi d’infanzia non hanno altra origine. Dietro questa fantasia si cela semplicemente una reminiscenza del succhiare – o dell’essere allattato – al seno materno, scena di umana bellezza e con la quale Leonardo, al pari di molti altri artisti, si cimentò nella pittura, dipingendo la Madre di Dio con il suo bambino. La reminiscenza fu rielaborata dall’uomo Leonardo come fantasia omosessuale passiva. La sostituzione della madre con l’avvoltoio indica che il bambino ha sentito la mancanza del padre e si è trovato solo con la madre. Il dato di fatto della nascita illegittima di Leonardo concorda con la sua fantasia; solo in questo modo egli poteva paragonarsi a un figlio di avvoltoio.

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Nella fantasia di Leonardo la madre che allatta il bambino – o meglio: al cui seno il bambino succhia – è tramutata in un nibbio e la sua mammella nella coda di un vulture, che significa un pene. Leonardo appare come un uomo i cui bisogni e attività sessuali erano straordinariamente ridotti, quasi che un’aspirazione superiore lo avesse innalzato sopra la comune necessità animale degli uomini. È stato costantemente rilevato che prendeva come allievi soltanto ragazzi e adolescenti di sorprendente bellezza, era benevolo e indulgente con loro, ne aveva cura e li assisteva personalmente quando erano malati. La madre di Leonardo era venuta nel 1493 a Milano per far visita al figlio; qui si era ammalata, era stata ricoverata da Leonardo all’ospedale e dopo la morte era stata da lui accompagnata alla tomba con dispendiose onoranze. Solo una concordanza con ciò che accade nella nevrosi ossessiva può spiegare il conto delle spese redatto da Leonardo per il funerale di sua madre. Nell’inconscio l’inclinazione che lo legava a lei aveva ancora, come nell’infanzia, una sfumatura erotica. Prima che il bambino cada sotto il dominio del complesso di evirazione, quando la donna conserva ancora tutto il suo valore ai suoi occhi, incomincia a manifestarsi in lui, quale attività pulsionale erotica, un intenso piacere di guardare. Attraverso la relazione erotica con la madre Leonardo divenne omosessuale. L’opposizione a questo amore infantile da parte della rimozione non consentì che nel diario le venisse innalzato un altro, più degno monumento, ma il risultato di compromesso di questo conflitto nevrotico, questo sì doveva essere attuato, e così venne trascritto il conto, che apparve ai posteri come qualcosa di incomprensibile.

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La fantasia del nibbio di Leonardo è costituita dal ricordo dell’essere allattato e baciato dalla madre. Il sospetto che nel sorriso di Monna Lisa si congiungano due elementi diversi si è destato in parecchi critici. Essi scorgono perciò nell’espressione della bella fiorentina la più compiuta raffigurazione dei contrasti che governano la vita amorosa femminile, il riserbo e la seduzione, la tenerezza ricolma di dedizione e la sensualità esigente, spregiudicata. Leonardo lavorò quattro anni a questo quadro, in cui è tracciata in sintesi la storia della sua infanzia: le particolarità che esso presenta si spiegano in base alle più personali impressioni della vita di Leonardo. In casa di suo padre egli non trovò solo la buona matrigna Donna Altiera, ma anche la nonna, madre di suo padre, Monna Lucia che, possiamo ben supporre, non sarà stata meno tenera verso di lui di quanto sogliono esserlo le nonne. Riuscendo a restituire nel volto di Monna Lisa il duplice significato di quel sorriso, la promessa di un’illimitata tenerezza al pari di un sinistro presagio, Leonardo restava ancora fedele al contenuto del suo precocissimo ricordo. Infatti la tenerezza della madre fu fatale per lui, determinò il suo destino e le rinunce che lo aspettavano. L’ardore delle carezze, cui accenna la fantasia del nibbio, era anche troppo naturale.

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Tra le registrazioni contenute nei diari di Leonardo se ne trova una che per l’importanza del contenuto e per un minuscolo errore formale trattiene l’attenzione del lettore. L’appunto tratta della morte del padre. Il piccolo errore formale consiste nel fatto che l’indicazione di tempo “a ore 7” viene ripetuta due volte, come se Leonardo alla fine del periodo avesse dimenticato di averla già scritta all’inizio. Siffatta ripetizione si chiama perseverazione ed è un mezzo eccellente per indicare la tonalità affettiva: l’appunto corrisponde a un caso in cui Leonardo non riuscì a reprimere i suoi affetti. Per le creazioni pittoriche di Leonardo l’identificazione con il padre ebbe una conseguenza fatale. Una volta che le aveva create, non si occupava più delle sue opere. La psicoanalisi ci ha insegnato a riconoscere l’interconnessione esistente tra complesso paterno e fede in Dio. Accuse di incredulità, ovvero di abbandono della fede cristiana, sorsero per Leonardo mentre era ancora vivo. Il grande Leonardo rimase tutta la vita, per più versi, infantile. Continuò a giocare ancora in età adulta, e anche per questo apparve talora inquietante e incomprensibile agli occhi dei suoi contemporanei. Ogniqualvolta il bambino avverte delle spinte sessuali, sogna di soddisfare i suoi desideri attraverso il volo. Leonardo confessa di aver provato sin dall’infanzia una particolare attrazione per il problema del volo. È probabile che questa pulsione di gioco sia venuta meno negli anni più maturi, ma il suo lungo permanere può insegnarci con quanta lentezza si stacchi dalla propria infanzia colui che ha toccato in quel tempo l’apice della beatitudine erotica, in seguito mai più raggiunto.

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Freud rileva esplicitamente di non aver mai annoverato Leonardo tra i nevrotici. Scopo del lavoro è stato il chiarimento delle inibizioni presenti nella vita sessuale di Leonardo e nella sua attività artistica. La sua nascita illegittima lo sottrasse fin verso i cinque anni all’influsso del padre e lo lasciò in balia della tenera seduzione di una madre di cui era l’unico conforto. Un’energica rimozione pone fine all’esuberanza infantile e determina le disposizioni che compariranno negli anni della pubertà. L’allontanamento da ogni grossolana attività sessuale sarà il risultato più vistoso della trasformazione; Leonardo potrà vivere nell’astinenza e dare l’impressione di un essere asessuato. Da un’oscura fanciullezza, emerge davanti a noi come artista, pittore e scultore. È presumibile che soltanto un uomo con le sue esperienze infantili avrebbe potuto dipingere la Gioconda e la Sant’Anna.

Prefazione a “Psicoanalisi: saggi nel campo della psicoanalisi” di S. Ferenczi (1909)

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Il libro di Ferenczi aveva lo scopo di esporre in lingua ungherese i princìpi della psicoanalisi per favorirne la diffusione. Freud colse l’occasione della prefazione per riassumere le caratteristiche fondamentali della disciplina. La ricerca psicoanalitica sulle nevrosi (sulle varie forme di nervosismo condizionato psichicamente) ha tentato di scoprire la connessione di tali disturbi con la vita pulsionale, con le restrizioni a essa imposte dalle esigenze della civiltà, con l’attività fantastica e onirica dell’individuo normale e con le creazioni dell’anima popolare nella religione, nei miti e nelle fiabe.

Significato opposto delle parole primordiali (1910)

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È la recensione di un lavoro di Karl Abel che porta lo stesso titolo. Gli interpreti di sogni dell’antichità hanno fatto il più ampio uso del presupposto che nel sogno una cosa può significare il suo contrario. Il lavoro onirico tende a prescindere dalla negazione e a esprimere mediante lo stesso mezzo raffigurativo un elemento contrario. La prassi del lavoro onirico coincide con una particolarità delle più antiche lingue a noi note. Nella lingua egizia si trovano un considerevole numero di parole con due significati esattamente opposti. Di tutte le eccentricità del lessico egizio, la più straordinaria è forse che, oltre alle parole che riuniscono in sé significati opposti, esso comprende altre parole composte, nelle quali due vocaboli di significato opposto vengono riuniti in un complesso che mantiene il significato di uno solo dei due elementi che lo costituiscono. Secondo Abel, è nelle radici più antiche che si osserva il fenomeno dei due significati antitetici. Nel corso dell’evoluzione linguistica questa ambiguità è scomparsa e, perlomeno nell’antico egizio, è possibile seguire tutti i passaggi attraverso i quali si è raggiunta l’univocità del patrimonio lessicale moderno. I concetti che si erano potuti scoprire solo per via di antitesi vengono nel corso del tempo sufficientemente assimilati dall’intelletto, al punto da assicurare a ciascuna delle due parti un’esistenza autonoma e procurare loro, con ciò, un rappresentante fonetico separato.

Le prospettive future della terapia psicoanalitica (1910)

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Freud pronunciò questa allocuzione all’apertura del secondo Congresso internazionale di psicoanalisi che si tenne a Norimberga il 30 e 31 marzo 1910. Siamo ben lontani, egli dice, dall’aver esaurito le nostre risorse per combattere le nevrosi, ma possiamo ancora attenderci un notevole miglioramento delle nostre prospettive terapeutiche. Tale rafforzamento verrà da tre direzioni: 1) da un progresso interno; 2) da un aumento d’autorità; 3) dall’effetto generale del lavoro psicoanalitico. Ogni progresso del sapere psicoanalitico significa un potenziamento della terapia. La cura consiste in due parti: ciò che il medico arguisce e dice al malato, e l’elaborazione da parte del malato di ciò che ha udito. Si devono imparare nuove cose, nel campo del simbolismo nel sogno e nell’inconscio. La tecnica è cambiata: in luogo del chiarimento dei sintomi, l’obiettivo è ora la scoperta dei complessi. L’autorità è necessaria perché sono ben poche le persone civili capaci di un’esistenza autonoma o anche soltanto di un giudizio indipendente. L'”effetto generale” del lavoro psicoanalitico è tale da poter generare molte speranze. Tutte le energie che sono spese nella produzione di sintomi nevrotici, al servizio di un mondo fantastico isolato dalla realtà, contribuiranno a rafforzare il richiamo a mutamenti della nostra civiltà nei quali soltanto possiamo intravedere il benessere delle generazioni avvenire.