Onnivoyeur vs il mostrare del sogno

Fonte: Jacques Lacan, Il Seminario – Libro XI – I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi 1964, Enaudi, Torino, 2003, p. 74-75.

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In altre parole, non dobbiamo forse distinguere a questo proposito la funzione dell’occhio da quella dello sguardo?

Questo esempio distintivo, scelto appunto per il suo carattere locale, fattizio, eccezionale, non è per noi che una piccola manifestazione di una funzione da isolare – quella, diciamo la parola, della macchia. Questo esempio è prezioso in quanto ci segnala la preesistenza al visto di un dato-da-vedere.

Non c’è bisogno di riferirsi a chissà quale supposizione dell’esistenza di un vedente universale. Se la funzione della macchia è riconosciuta nella sua autonomia e identificata con quella dello sguardo, noi possiamo cercarne il percorso, il filo, la traccia a tutti i livelli della costituzione del mondo nel campo scopico. Ci accorgeremo allora che la funzione della macchia e dello sguardo è al contempo ciò che più segretamente lo comanda e ciò che sfugge sempre alla presa di quella forma di visione che si soddisfa da sé immaginandosi come coscienza.

Per questo la coscienza può ripiegarsi su se stessa, cogliersi, come la giovane Parca di Valéry [P. Valéry, Poésis Parque, Gallimard, Paris, 1942; trad. it. La giovane Parca, Enaudi, Torino 1982], come quella che si vede vedersi – rappresenta un escamotage. Vi si opera un evitamento della funzione dello sguardo.

E quanto possiamo reperire nella topologia che, la volta scorsa, ci siamo costruiti a partire da quello che appare della posizione del soggetto quando accede alle forme immaginarie che gli sono date dal sogno, in quanto opposte a quelle dello stato di veglia.

Allo stesso modo, nell’ordine particolarmente soddisfacente per il soggetto che l’esperienza analitica ha connotato con il termine di narcisismo – nel quale mi sono sforzato di reintrodurre la struttura essenziale che deriva dal suo riferimento all’immagine speculare, per quanto se ne diffonde come soddisfazione anzi compiacimento e in cui il soggetto trova appoggio per un misconoscimento così fondamentale, e il cui impero non arriva forse fino a quel riferimento della tradizione filosofica che è la pienezza incontrata dal soggetto nel modo della contemplazione? – non possiamo forse cogliere anche ciò che vi è di eluso e cioè la funzione dello sguardo? Intendo dire, e Maurice Merleau-Ponty ce lo segnala, che noi siamo degli esseri guardati, nello spettacolo del mondo. Ciò che ci fa coscienza ci istituisce al tempo stesso come speculum mundi. Non c’è forse soddisfazione nell’essere sotto quello sguardo di cui parlavo prima seguendo Maurice Merleau-Ponty, quello sguardo che ci circoscrive e che, in primo luogo, fa di noi degli esseri guardati, ma senza che ci venga mostrato?

Lo spettacolo del mondo, in questo senso, ci appare come onnivoyeur. E proprio il fantasma che troviamo nella prospettiva platonica, quello di un essere assoluto al quale viene trasferita la qualità dell’onnivedente. Al livello stesso dell’esperienza fenomenica della contemplazione, questo lato onnivoyeur si segnala nella soddisfazione di una donna che si sa guardata, a condizione che non glielo si mostri.

Il mondo è onnivoyeur, ma non è esibizionista non provoca il nostro sguardo. Quando comincia a provocarlo, allora comincia anche il senso di estraneità.

Che cosa vuol dire se non che, nello stato detto di veglia, c’è elisione dello sguardo, elisione, non solo di un guardare, ma anche di un mostrare. Nel campo del sogno, al contrario, le immagini si caratterizzano con un mostrare.

Un mostrare – ma, anche qui, si palesa una qualche forma di scivolamento del soggetto. Riferitevi a un qualsiasi testo di sogno – non soltanto a quello di cui mi sono servito la volta scorsa, nel quale, dopotutto, quello che sto per dire può restare enigmatico, ma a un sogno qualsiasi – ricollocatelo nelle sue coordinate e vedrete che questo mostrare viene in primo piano. Viene talmente in primo piano, con le caratteristiche in cui si coordina – cioè l’assenza di orizzonte, la chiusura di ciò che è contemplato nello stato di veglia e, anche, il carattere di emergenza, di contrasto, di macchia delle sue immagini, l’intensificazione dei loro colori – che la nostra posizione nel sogno, in fin dei conti, è quella di essere fondamentalmente colui che non vede. Il soggetto non vede dove ciò conduce, segue, talvolta può persino staccarsi, dirsi che è un sogno ma, in nessun caso, potrebbe cogliersi nel sogno nel modo in cui, nel cogito cartesiano, egli si coglie come pensiero. Può dirsi – È solo un sogno. Ma non si coglie come colui che si dice – Nonostante tutto sono coscienza di questo sogno.