Psicoanalisi vs psicoeducazione: per una politica del disaccordo

Articolo pubblicato in Appunti – Rivista della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, NEP Edizioni, n. 139, Milano, 2018.

1.

Lacan ci insegna che il linguaggio del paziente deve essere preso alla lettera. La lettera nel senso materiale, ovvero il “discorso concreto”[1]. Ciò che viene detto. Parola per parola, verbatim, senza abbreviazioni, modificazioni, parafrasi, senza alterarne l’ordine e indipendentemente da qualunque senso interpretabile e non. Ciò evidenzia che il linguaggio non può confondersi con le altre funzioni dell’uomo. Anche le frasi interrotte producono un certo significato, questo per dire che non è la struttura grammaticale a fornire il senso di quello che diciamo “[…] è nella catena significante che il senso insiste […] nessuno degli elementi della catena consiste nella significazione di cui è capace […]”[2].

Le parole preesistono a tutto ciò che siamo, ci introducono nel mondo, ci orientano, sono le coordinate a partire dalle quali possiamo crearci il nostro destino. Il soggetto diventa “servo del linguaggio”[3] anche perché il suo posto è già pronto, già scritto prima della sua venuta al mondo, è un posto in una certa famiglia che ha un certo cognome e che dona un certo nome, per un certo motivo e non per un altro. La parola scandisce la storia del soggetto umano, una storia fatta di incontri irripetibili, di contingenze che rischiano di annullarsi nel mero dato numerico che lo scientismo tecnocratico e l’epidemiologia esige.

Dare più spazio possibile alla parola del soggetto, ai suoi effetti imprevedibili, alla contingenza dei significanti, alle invenzioni, rende possibile l’emersione della singolarità parlante. Da questo punto di vista anche la psicoanalisi ha una sua “unità di misura”, è quella dell’essere parlante che ripete un programma (una specie di algoritmo[4]) di linguaggio e di pulsione. È la misura di una singolarità, la maggiore possibile. È la singolarità della catena significante che attraversa il corpo. Ma di quale singolarità parliamo?

Non è per niente facile far luce sul linguaggio che ci attraversa. Il linguaggio non si esaurisce solo in ciò che viene detto. Ci sono parole che sono dette senza essere dette: siamo in grado di recitare una poesia senza proferire una parola, per esempio. Parole, frasi che non fanno rumore. Sono catene significanti che ci attraversano senza essere enunciate. A volte la parola appare proprio laddove essa manca, per esempio Freud è costretto ad aggiungere “secondo il suo desiderio” o “in conseguenza del suo desiderio” dopo le parole “era già morto e non lo sapeva” nel famoso “sogno del padre morto” del suo giovane paziente[5]. Parole non dette che però emergevano dal discorso concreto del paziente come un pezzo sulla scacchiera significante.

Per Lacan il termine esatto per nominare l’inconscio non è essere parlante ma parlessere. L’essere parlante comporta l’essere con l’aggiunta del parlare, la parola sarebbe un di più. Nel parlessere la parola viene prima. Lacan scrive: “Ne discende la mia espressione del parlessere che si sostituirà all’ICS di Freud (si legga: inconscio): fatti in là che mi ci metto io […]”[6]. Questa operazione consente di svincolare l’inconscio dalla coscienza, operazione impossibile per Freud[7]. Cioè il corpo dall’essere passa all’avere. “Il parlessere non è un corpo, ma ha un corpo”[8]. Lacan, quando definisce la lalingua come il nocciolo del suo insegnamento, dice: “[…] che io parlo senza saperlo. Parlo con il mio corpo senza saperlo. E dunque dico sempre di più di quanto io non sappia”[9].

La singolarità di cui parliamo è dunque quella che emerge dalla cattura del soggetto nella catena significante. Il soggetto riesce a farsi designare da un significante solo sparendo, svanendo, facendo apparire appunto un altro significante. Nessun significante è in grado di descrivere in modo definitivo l’essere del soggetto, tuttavia dalla tessitura significante esso in qualche modo emerge. Ciascun significante si caratterizza per la posizione che ricopre sulla scacchiera significante. Tuttavia, pur essendo intrisi di linguaggio, “qualcosa manca”: non c’è parola che possa, definitivamente determinare la nostra essenza.

Lo smarrimento che ne consegue è dovuto all’apparizione di un’altra scena, l’inconscio, qualcosa che si impone e non può essere messo a tacere dal processo di “normalizzazione” che incontriamo, per esempio nella psicoterapia cognitivo-comportamentale che impera ormai nei protocolli sanitari e che punta a scardinare il disadattamento a partire dalla messa in evidenza dell’illogicità di cui le credenze alla base dei pensieri automatici sarebbe il motore. Per le psicoterapie cognitivo comportamentali (in particolare mi riferisco alla Rational Emotional Behavioral Terapy, Cognitive Behavioral Terapy e Metacognitive Terapy) la parola del paziente è qualcosa che può esprimere una credenza errata o disfunzionale e il lavoro terapeutico consiste nell’educare il paziente a pensare bene, senza errori logici fondati su credenze irrazionali[10]. Per la psicoanalisi la parola del paziente acquisisce invece uno statuto fondativo della singolarità. Dice qualcosa di essenziale, è il soggetto.

2.

La catena significante insiste, chiede udienza continuamente, si ripete come un automatismo indistruttibile che alimenta incessantemente il desiderio inconscio, è un pensiero significante come quello di una memoria, ma non è la memoria che sta lì, immodificabile, l’inconscio pulsa, si trasforma, è dinamico. Non c’è una correlazione diretta tra il significato della realtà esterna e quello della realtà fantasmatica interna. In questo senso l’inconscio non è riconducibile a nessuna forma di memoria, né quella esplicita, né quella implicita, né quella procedurale. Le tracce della realtà interna inconscia sono diverse da quelle provenienti dalla memoria. Parliamo di tracce “nuove”, proprie dell’inconscio. L’inconscio è diverso dalla memoria, è un insieme di tracce mnestiche ristrutturate, distanti dalla realtà esterna che le ha partorite, infatti, se inizialmente le parole, i significanti, sono associati al significato della realtà esterna, a una situazione o a un oggetto, l’inconscio fa sì che il significante venga messo in catena con altri significanti e tale processo porta alla genesi di un nuovo significato. Lo stesso significante, associato alla realtà esterna, può essere contemporaneamente associato anche a un altro significato costruito nella realtà interna, fino all’estremo punto in cui quel significante si è slegato dal significato iniziale, che viene del tutto smarrito.

I significanti tendono ad organizzarsi secondo una logica sfuggente, incomprensibile consciamente. Si impongono ed ogni nostro tentativo di opporcisi risulta vano, ogni tentativo di evidenziare le convinzioni irrazionali alla base di tali catene significanti produce effetti temporanei.

Da questo punto di vista, in fondo, i registri simbolico, immaginario e reale diventano simbolici per noi esseri umani. Nei registri si scrive qualcosa di ufficiale (i voti, le assenze, i conti, i nomi…), qualcosa che resta inscritto e che in qualche modo resta agli atti. Come quando si registrano, nel diario di bordo, i fenomeni che accadono durante la navigazione.[11]

Il linguaggio è la condizione stessa dell’esistenza dell’inconscio, tuttavia, la catena significante è sempre in relazione a qualcosa di indicibile, essa si sforza di dire proprio l’indicibile. La catena significante è un’invocazione affinché l’Altro dica qualcosa, ciò che mi aspetto, cosa ne sarà di me, ciò che sono, in quanto indicibile. Chi sono?

Il “vero senso” di ciò che vorremmo dire è l’effetto della parola che si svolge nell’Altro. Ma “Chi parla? Chi avrà voluto dire questo o quello a livello dell’Altro? In fin dei conti, in tutto questo, che cosa sono diventato io?[12]. L’Altro non è un essere, è il luogo della parola, è il luogo dove risiede il sistema dei significanti, il linguaggio al quale manca qualcosa. Ciò che manca è un significante, un significante a livello dell’Altro in grado di rappresentarmi una volta per tutte: S(A barrata) Non c’è Altro dell’Altro: ecco l’essenza della psicoanalisi.[13]

Per Cartesio l’Io che pensa (cogito) è uguale all’Io pensato (res), Io=Io. Il pensiero, per lui, è qualcosa di più di un’ipotesi su cosa succede là fuori, nel reale, nell’esistente. L’Io pensante coincide con l’Io pensato. Con Io=Io il pensiero dal possibile diventa reale. Il cogito freudiano, invece, è Wo es war soll ich werden, che per Lacan si legge che “il soggetto dovrà avvenire lì dove c’era la cosa”, ovvero il reale, infatti il reale non viene mai afferrato, è sempre mancato. Il soggetto avviene dove era il reale, non dove è il reale, ma dove esso era fino a poco prima, fino ad un attimo prima che sparisse e che sparendo ha fatto posto al soggetto.Con Cartesio, il pensiero riesce ad afferrare qualcosa dell’essere, rendendo possibile la congiuntura tra il possibile e il reale, l’ipotetico con l’esistente. Per Lacan, invece, al cogito, al pensiero, al soggetto sfugge l’essere e così capovolge la filosofia cartesiana che invece ipotizzava la capacità di presa del pensiero sull’essere.

L’inconscio introduce una discontinuità che è rottura di qualcosa, mancanza. Una mancanza che si vorrebbe riportata al suo posto attraverso la psicoeducazione: il rilevamento (detecting) delle convinzioni irrazionali (irrational belifes), la loro messa in discussione (debating/disputing) e la sostituzione delle convinzioni irrazionali con quelle razionali ed efficaci (discriminating), ma il parlessere è discontinuità, l’inconscio si apre e si chiude, non è una mancanza che può tornare al suo posto una volta per tutte. L’inconscio di Lacan (in particolare quello degli anni 60’) è concepito come:

Intoppo, mancamento, fessura. In una frase pronunciata, scritta, qualcosa viene a incespicare. Freud è calamitato da questi fenomeni ed è lì che va a cercare l’inconscio. Lì qualcosa d’altro domanda di realizzarsi – qualcosa che appare, certo, come intenzionale, ma con una strana temporalità. Quel che si produce in questa faglia, nel senso pieno del termine prodursi, si presenta come la trovata. È così in primo luogo che l’esplorazione freudiana incontra quello che succede nell’inconscio.[14]

L’inconscio è una discontinuità che ha un suo ritmo, un battito temporale. Se per Cartesio il pensiero ha presa sull’essere, sul reale, per Lacan il pensiero per un istante è in grado di insinuarsi in qualcosa di sfuggente, qualcosa che immediatamente si sottrae. Se per Cartesio il pensiero, la cogitazione si eleva a un livello che potremmo definire ontologico, cioè diventa in grado di cogliere l’essere, il reale, in Lacan il pensiero, il cogito si può cogliere in base ad una “strana temporalità”, insolita e sfuggente. “Ci si era già accorti che non è poi così sicuro che sono in quanto penso, e che si può essere sicuri di una sola cosa, e cioè che sono in quanto penso che sono”[15], ma la psicoanalisi ci insegna qualcosa di inedito e “cioè che non sono affatto colui che sta pensando che io sono, e questo semplicemente perché, per il fatto che io penso che io sono, io penso nel luogo dell’Altro. Ne risulta che sono un altro da colui che pensa Io sono.”[16] Tuttavia, e questo è il vero segreto, l’essenziale della psicoanalisi: non ci sono garanzie che questo Altro sia in grado di darci quel significante in grado di rappresentarci, una volta per tutte: “Nell’Altro non c’è alcun significante che possa, eventualmente, rispondere di quello che io sono” [17], tuttavia, quel significante che manca all’Altro “è precisamente quello che vi concerne”[18] dice Lacan. È la funzione enigmatica del fallo che è allo stesso tempo simbolo di vitalità ma anche ciò che non è disponibile nel grande Altro.

Freud ci insegna che la sessualità umana si organizza a partire dalla rappresentazione di una parte anatomica, il pene (fallo immaginario).  Una delle fantasie presente nei bambini è quella che il fallo immaginario possa essere reciso e ciò produce angoscia. È proprio a partire da questa angoscia che prende il via il processo delle simbolizzazioni che lo rendono sostituibile con altri oggetti che si possono separare dal corpo e questo è favorito proprio dalla dialettica presenza-assenza che incontriamo nel celebre “gioco del rocchetto” attraverso il quale, nella lettura che ne da Freud, il bambino può liberarsi dell’angoscia derivante delle ripetute assenze della madre. Attraverso il Fort/Da, il bambino è in grado di sostituire la madre con un simbolo che la rappresenta anche in sua assenza. Stessa cosa accade con il fallo, anche esso viene scambiato, come gli altri oggetti staccabili dal corpo (es. feci) la cui perdita non è più definitiva. Il fallo simbolico diventa un oggetto interscambiabile con altri oggetti.

Pur essendo il simbolo stesso della vita che il soggetto rende significante, il fallo è indisponibile nell’Altro e non garantisce da nessuna parte la significazione del discorso dell’Altro. In altri termini, per quanto sia sacrificata, la sua vita non viene resa al soggetto dall’Altro. L’Altro gli risponde: S (A barrata).[19]

3.

Oggi assistiamo a un dibattito per certi versi inedito, sugli effetti politici della psicoanalisi e sul rapporto di questa con l’azione politica. È un terreno molto scivoloso: la psicoanalisi ha come meta imprescindibile la dis-identificazione dai significanti dell’Altro, cioè, di rendere inconsistenti i significanti identitari, uno per uno, creando quel punto di vacuità, di niente che diventa causa del desiderio. La psicoanalisi, tuttavia, quando “scende dal lettino” per andare, non solo nelle istituzioni come fa già da tempo, ma anche nell’arena politica come sembra voler fare adesso, allora, questo nuovo connubio (psicoanalisi e politica) ci mostra un orizzonte davvero complesso. Ma allo stesso tempo, non possiamo non prendere (almeno, chi scrive, è di questa opinione) una posizione contro le idee anti-democratiche che si stanno riaffacciando, lentamente ma inesorabilmente.

La psicoanalisi promuovendo un sapere diverso, il sapere del soggetto, l’inconscio, rappresenterebbe un vero e proprio pericolo per una deriva autocratica. Deriva oggi favorita anche dal fatto che la democrazia, nel tempo della comunicazione iperveloce, impone un avvicinamento costante dei politici agli elettori e le idee diventano necessariamente “slogan”, S1, non più articolati con il sapere, con le idee.

La psicoanalisi sarebbe sovversiva in un regime totalitario e quindi rischierebbe di essere bandita. È questa l’ipotesi che Miller ha messo in gioco nella Movida Zadig. La psicoanalisi proteggendo la particolarità dell’essere singolare metterebbe in pericolo l’ideologia del controllo autoritario della popolazione. Quel controllo che oggi si perpetua anche attraverso il discorso scientifico che, quando si mette a servizio della politica, impone l’abolizione di tutto ciò che non è misurabile, quantificabile, prevedibile, governabile. Il rischio sarebbe quello che, all’impossibilità dell’universale (uno che parla per tutti), preteso dalle derive autoritarie, si risponda con la messa a tacere di ogni disaccordo, di ogni dissidente.

La democrazia, seppur imperfetta, rappresenta oggi l’unico modello istituzionale e politico in grado di garantire il disaccordo, il non assimilabile, proprio come accade sul lettino. L’analisi punta infatti alla differenza assoluta esattamente il contrario di ciò che accade nelle dittature che propongo dei soggetti omologati al pensiero dominante, ad un Altro non barrato. La democrazia ha la funzione di garantire l’esistenza dell’essere parlante che parla in una lingua condivisa, ma con la propria singola voce, dovrebbe cioè garantire che nel dire di tutti i singoli coesista la pluralità del dire di tutti gli altri, come limite (ognuno ha diritto di parola): la parola oltre che strumento di cura, è anche strumento politico attraverso il quale rendere possibile un compromesso, precario, da reinventare tutte le volte, proprio come accade nel sintomo.


[1] J. Lacan, Funzione e Campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi [1966], in Scritti, a cura di Giacomo Contri, Torino, Einaudi, 1974, Vol. 1, p. 248.

[2] J. Lacan, L’Istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud, [1966], in Scritti, a cura di Giacomo Contri, Torino, Einaudi, 1974, Vol. 1 p. 497.

[3] Ivi, p. 490.

[4] M. Bassols, Singularidad tecnológica y singularidad psicoanalítica, 05 luglio 2017, http://miquelbassols.blogspot.it/2017/07/singularidad-tecnologica-y-singularidad.html.

[5] S. Freud, Precisazioni sui due principi dell’accadere psichico (1911), in Casi clinici e altri scritti 1909-1912, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, pp. 460 – 461; Interpretazione dei sogni (1899) nell’edizione del 1911.

[6] J. Lacan, Il Seminario. Libro XXIII. Il Sinthomo, [1975-1976], Astrolabio, Roma 2006, p. 557.

[7] J. Lacan, Il Seminario. Libro XX. Ancora [1972-1973], Einaudi, Torino 2011, p.114.

[8] J.-A. Miller, L’inconscio e il corpo parlante. Conferenza di chiusura del IX Congresso dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi, il 17 aprile 2014 a Parigi, come presentazione del X Congresso dell’AMP che si terrà a Rio de Janeiro dal 25 al 28 aprile 2016 in wapol.org/it/Template.asp.

[9] J. Lacan, Il Seminario. Libro XX. Ancora [1972-1973], Einaudi, Torino, 2011, p.114.

[10] Cfr. Wells, A. (2009). Metacognitive therapy for anxiety and depression. New York: Guilford. Trad. it. Terapia Metacognitiva dei Disturbi d’Ansia e della Depressione. Firenze: Eclipsi; Fisher, P. & Wells, A. (2009). Metacognitive Therapy: Distinctive Features.Hove, UK: Routledge; Albert Ellis, Ragione ed emozione in psicoterapia, C. De Silvestri (a cura di), Astrolabio Ubaldini, 1989; DiGiuseppe R., Doyle K. A., Dryden W., Backx, W. (2014). Manuale di terapia razionale emotiva comportamentale. Milano: Raffaello Cortina Editore; Beck, J.S. (2013) La terapia cognitivo-comportamentale. Casa Editrice Astrolabio; Frank Will, La terapia cognitivo comportamentale. Caratteristiche distintive, Milano, 2012, Franco Angeli.

[11] “Vedo delle cose che si agitano nella notte in un modo che mi fa pensare che possa trattarsi di un segno. Come reagirò? Se non sono ancora un essere umano, reagisco con ogni sorta di manifestazioni, come si dice, modellato, motorie ed emotive, soddisfo le descrizioni degli psicologi, comprendo qualcosa, insomma faccio tutto quello che vi dico che bisogna saper non fare. Se invece sono un essere umano, registro nel giornale di bordo: Alla tal ora, al tale grado di longitudine e di latitudine, abbiamo avvistato questo e quello. È questa la cosa fondamentale. Metto al sicuro la mia responsabilità, la distinzione del significante sta qui. Prendo atto del segno come tale. È l’accusare ricevuta l’essenziale della comunicazione in quanto questa è non già significativa ma significante. Se non articolate con energia questa distinzione, ricadrete incessantemente nelle significazioni, le quali non possono che mascherarci la molla originale del significante in quanto esercita la funzione che gli è propria.” Jacques Lacan, Il seminario. Libro III Le psicosi 1955-1956, Enaudi, Torino, 2010, p. 216.

[12] J. Lacan, Seminario. Libro VI, Il desiderio e la sua interpretazione, cit. p. 328

[13] Cfr. J. Lacan, Seminario. Libro VI, Il desiderio e la sua interpretazione, cit. p. 329

[14] J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Enauidi, Torino, 2003, p. 26. Cfr. Contesto e concetti di Jacques Alain-Miller, Seminario XI, ivi, p. 285 (corsivo mio).

[15] J. Lacan, Seminario. Libro VI, Il desiderio e la sua interpretazione, cit. p. 329

[16] Ibidem.

[17] J. Lacan, Seminario. Libro VI, Il desiderio e la sua interpretazione, cit. p. 330

[18] Ibidem

[19] Ivi, p. 331