Inibizione, sintomo e angoscia e altri scritti freudiani del 1925

Alcune aggiunte d’insieme alla «Interpretazione dei sogni» (1925) A) I limiti della possibilità. 153-56. Il sogno è una delle attività che definiamo come gioco o fantasticheria. Se il sogno si occupa di un problema della vita reale, il suo modo di risolverlo corrisponde a un desiderio irrazionale e non a una riflessione ponderata. C’è un’unica finalità utilitaristica, un’unica funzione che va attribuita al sogno: quella di impedire che il sonno venga disturbato. Il sogno può essere definito una fantasticheria che serve a proteggere il sonno. Per l’Io di chi dorme è del tutto indifferente il contenuto di un eventuale sogno notturno, purché esso assolva la sua funzione; e i sogni che svolgono meglio il proprio compito sono quelli di cui non si è in grado di riferire nulla dopo il risveglio. Nessuno può praticare l’interpretazione dei sogni come un’attività a sé stante; essa è e rimane un settore del lavoro psicoanalitico. Se si pratica l’interpretazione dei sogni secondo l’unico procedimento tecnico legittimo, si osserverà che il successo dipende esclusivamente dalla resistenza opposta dall’Io sveglio al materiale inconscio rimosso. Poiché le resistenze sono spesso fortissime, si riesce a tradurre e a utilizzare solo una parte delle produzioni oniriche del paziente, e spesso solo in modo incompleto. Poiché molti sogni incomprensibili diventano comprensibili grazie alle conoscenze acquisite nelle fasi successive nell’analisi, è lecito affermare che in genere il sogno è una formazione psichica interpretabile, anche se la situazione contingente non sempre permette di giungere a un’interpretazione. Quando si è effettuata l’interpretazione di un sogno, non è sempre facile decidere se essa sia “completa”. In questo caso si deve considerare valido il significato che è stato desunto dalle associazioni del sognatore e dalla nostra valutazione della situazione; ma non per questo si devono rifiutare tutti gli altri significati.

B) La responsabilità morale per il contenuto dei sogni
157-60
Il contenuto manifesto costituisce un inganno, una mera facciata. Se parliamo del “contenuto” del sogno, possiamo solo riferirci al contenuto dei pensieri preconsci e dei moti di desiderio rimossi che il lavoro interpretativo mette in luce dietro la facciata del sogno. Il nostro interesse per la genesi dei sogni manifestamente immorali si ridurrà ulteriormente quando apprenderemo dall’analisi che la maggior parte dei sogni si rivelano appagamenti di desideri immorali (egoistici, sadici, perversi, incestuosi). Il sogno non sempre offre l’appagamento di un desiderio immorale, ma anzi esprime spesso un’energica reazione contro di esso, sotto forma di “sogno di punizione”. In altre parole, la censura onirica non solo può manifestarsi nelle deformazioni e nella produzione di angoscia, ma può giungere ad annullare il contenuto immorale sostituendolo con un secondo contenuto che abbia valore di espiazione, e dietro il quale possa però essere intravisto il contenuto originario. Dobbiamo considerarci responsabili dei cattivi impulsi che si manifestano nei nostri sogni. Il narcisismo etico dell’uomo dovrebbe accontentarsi del fatto che la deformazione onirica, nonché l’esistenza dei sogni d’angoscia e di punizione, confermano la natura morale dell’umanità in modo inequivocabile, né più né meno come l’interpretazione dei sogni testimonia l’esistenza e la forza della sua natura malvagia.

C) Il significato occulto dei sogni
161-64
Sembrerebbe che esistano due categorie di sogni ascrivibili ai fenomeni occulti: i sogni profetici e quelli telepatici. I sogni profetici sono privi di validità. Quanto alla telepatia, essa non è un problema onirico, e non occorre fondare sullo studio dei sogni telepatici il nostro giudizio sull’esistenza della telepatia. In questo campo è più facile raccogliere osservazioni ed esperienze che legittimano un atteggiamento favorevole verso l’esistenza effettiva di tale fenomeno. Ma un tipo di materiale si sottrae a quasi tutte le perplessità, altrimenti più che giustificate: le profezie inadempiute degli indovini di professione. Un esempio: un chiromante aveva predetto a una signora di ventisette anni che in seguito si sarebbe sposata e a trentadue anni avrebbe avuto due bambini. La donna era rimasta senza figli; durante l’analisi, a quarantatré anni, diventò evidente che il suo desiderio inconscio al tempo della profezia era stato di avere due bambini prima dell’età di trentadue anni, com’era accaduto a sua madre, e così soddisfare il suo desiderio nei confronti del padre ponendosi al posto della madre. Con l’aiuto della psicoanalisi fu dunque possibile interpretare i particolari di quel presunto messaggio proveniente dall’esterno. Ma alla situazione nel suo complesso non si poteva dare che una spiegazione: il fortissimo desiderio inconscio si era presumibilmente trasferito direttamente sull’indovino, la cui attenzione era in quel momento distratta dalle operazioni manuali che stava svolgendo. Se esistono messaggi telepatici, non si può escludere che essi, ricevuti durante il giorno, vengano elaborati solo nel sogno della notte successiva.

Lettera al direttore del periodico «Jüdische Presszentrale Ziirich » (1925)

169
Freud scrive di sentirsi lontano dalla religione ebraica come da tutte le altre religioni, nel senso che non lo coinvolgono emotivamente anche se nutre per esse un grandissimo interesse scientifico. Per contro, egli aveva sempre avuto molto forte il senso di appartenenza al popolo ebraico, che aveva cercato di coltivare anche nei suoi figli, e spesso aveva avuto occasione di rammaricarsi della propria scarsa conoscenza della cultura ebraica.

In occasione dell’inaugurazione dell’Università ebraica (1925)

175
Il messaggio fu inviato da Freud, che non aveva potuto presenziare alle celebrazioni, impedito da problemi di salute. L’università è il luogo in cui si insegna il sapere al di sopra di ogni differenza di religione e di nazionalità, è il luogo dove si svolge la ricerca e dove gli uomini apprendono fino a che punto potranno spingersi la loro comprensione del mondo e il loro controllo su di esso. L’iniziativa in questione è una nobile testimonianza del grado di sviluppo cui il popolo ebraico è faticosamente pervenuto in duemila anni di traversie sfortunate.

Prefazione a «Gioventù traviata» di A. Aichhorn (1925)

181-83
Di tutte le applicazioni della psicoanalisi, nessuna ha destato così grandi interessi e speranze (che hanno attratto, com’è ovvio, moltissimi valenti collaboratori) come quella che si riferisce alla teoria e alla pratica dell’educazione infantile. Il libro di August Aichhorn si occupa di una parte di questo grande problema, e cioè dell’influsso educativo che può essere esercitato sulla gioventù traviata. Prima di conoscere la psicoanalisi l’autore si era occupato a lungo di giovani delinquenti, essendo stato per molti anni direttore di pubbliche istituzioni destinate al loro recupero. Dalle esperienze e dai successi di August Aichhorn si possono trarre due suggerimenti.Anzitutto, l’educatore deve acquisire una cultura psicoanalitica, in assenza della quale l’oggetto della sua ricerca, il bambino, rimane un enigma inattingibile. In secondo luogo, quello dell’educatore è un lavoro che non può essere sostituito dalla cura psicoanalitica né confuso con essa.

Necrologio di Josef Breuer (1925)

189-91
Il 20 giugno 1925 muore a Vienna, a 83 anni, il dottor Josef Breuer, l’autore del metodo catartico il cui nome è legato perciò indissolubilmente alle origini della psicoanalisi. Breuer era un medico internista. Nel 1880 il caso gli portò in cura una giovinetta di straordinaria intelligenza che aveva contratto una grave forma d’isteria mentre accudiva il padre ammalato. Il mondo apprese ciò che Breuer aveva fatto durante il trattamento di questo celebre “primo caso” solo dopo quattordici anni, quando Breuer stesso e Freud pubblicarono congiuntamente gli Studi sull’isteria. L’apporto di Freud agli Studi consistette essenzialmente nell’aver ravvivato in Breuer un interesse che sembrava ormai esaurito e nell’averlo poi spinto a pubblicare. Un certo timore, un’intima riservatezza che non potevano non stupire in un uomo dalla personalità così brillante, lo avevano indotto a mantenere segreta la sua sorprendente scoperta per molto tempo. Un fattore puramente affettivo aveva contribuito a impedirgli di proseguire nel suo lavoro di indagine sulle nevrosi. Si era imbattuto in un fenomeno che non manca mai, la traslazione del paziente sul medico, misconoscendone la natura impersonale. Oltre al caso clinico della sua prima paziente, Breuer scrisse per gli Studi un contributo teorico che è ben lungi dall’essere invecchiato.

La negazione (1925)
197-201
Il contenuto rimosso di una rappresentazione o di un pensiero può penetrare nella coscienza a condizione di lasciarsi negare. La negazione è un modo di prendere coscienza del rimosso. Affermare o negare i contenuti ideativi è compito della funzione intellettuale del giudizio, che in sostanza ha due decisioni da prendere. Deve concedere o rifiutare una qualità a una cosa e deve accordare o contestare l’esistenza reale di una rappresentazione. Il giudizio è l’azione intellettuale che decide la scelta dell’azione motoria, che pone un termine al differimento del pensiero e assicura il passaggio dal pensare al fare. Rappresenta l’ulteriore e funzionale sviluppo dell’inclusione nell’Io o dell’espulsione dall’Io, che in origine avvenivano secondo il principio di piacere.

Alcune conseguenze psichiche della differenza anatomica tra i sessi (1925)

L’analisi dei nevrotici deve spingersi fino al periodo più remoto della loro infanzia, all’epoca della prima fioritura della vita sessuale. Nei maschi, la prima fase individuata con certezza è la situazione del complesso edipico, in cui il bambino si attiene al medesimo oggetto che già nel precedente periodo dell’allattamento e dello svezzamento aveva investito con la sua libido non ancora genitale. Sente il padre come un rivale e un disturbatore che vorrebbe mandar via o soppiantare. L’atteggiamento edipico del maschio appartiene alla fase fallica e subisce un tracollo con il timore dell’evirazione. Della preistoria del complesso edipico maschile conosciamo un periodo d’identificazione affettuosa con il padre e l’attività masturbatoria. È verosimile che l’attività masturbatoria compaia spontaneamente come attività d’organo e solo in seguito si connetta al complesso edipico. A questo punto vengono prospettate alcune ipotesi sull’osservazione della scena primaria e sui suoi effetti. Il complesso edipico delle bambine pone un problema in più rispetto a quello dei maschi. Per entrambi la madre è stata all’inizio il primo oggetto, ma le bambine vi rinunciano per assumere il padre come oggetto. Il primo passo nella fase fallica femminile è la scoperta del pene e l’invidia immediata di quello che la bambina considera un organo superiore. Con il riconoscimento della ferita inferta al suo narcisismo si produce nella donna un senso d’inferiorità. Anche dopo la rinuncia al pene, l’invidia del pene non cessa di esistere, e anzi, spostata, sopravvive in una proprietà del carattere: la gelosia. Mentre il complesso edipico del bambino crolla a causa del complesso di evirazione, quello della bambina è reso possibile e introdotto dal complesso di evirazione. Altre conseguenze dell’invidia del pene sono la scoperta dell’inferiorità della clitoride e l’allentamento del rapporto di tenerezza con l’oggetto materno. Nella bambina, subito dopo i primi segni dell’invidia del pene, sorge un’intensa corrente contraria alla masturbazione, collegata all’umiliazione narcisistica riferita all’invidia del pene (la bambina avverte che a questo punto non può più competere con il maschietto, e perciò è meglio rinunciarvi). In tal modo il riconoscimento della differenza anatomica tra i sessi spinge la bambina dalla virilità e dall’onanismo maschile verso nuove strade che conducono allo sviluppo della femminilità. Seguono altre considerazioni sulla differenza del complesso edipico nei due sessi.

Psicoanalisi (1925)

223-30
L’undicesima edizione dell’Encyclopaedia Britannica apparve nel 1910-11. La psicoanalisi non vi era menzionata, e neppure nella dodicesima. Nella tredicesima edizione venne inclusa una voce sulla psicoanalisi, commissionata a Freud.Essa si compone di tre parti: preistoria della psicoanalisi; contenuto della psicoanalisi; vicende esterne della psicoanalisi. Tra il 1880 e il 1882 Josef Breuer scoprì un nuovo procedimento per liberare una ragazza gravemente ammalata di isteria dai suoi numerosi e svariati sintomi. Questo metodo (catartico) diede eccellenti risultati terapeutici. Nella sua veste di procedimento terapeutico la psicoanalisi ha visto crescere ogni giorno il numero dei suoi seguaci, giacché è in grado di aiutare i malati più di qualsiasi altro tipo di trattamento. Il suo campo di applicazione sono le nevrosi più leggere, l’isteria, le fobie e gli stati ossessivi. L’influsso terapeutico della psicoanalisi si fonda sulla sostituzione degli atti psichici inconsci con atti psichici coscienti ed è tanto più efficace quanto più questo procedimento viene portato innanzi. La teoria psicoanalitica delle nevrosi poggia su tre pietre miliari: 1) la teoria della rimozione; 2) il significato delle pulsioni sessuali; 3) la traslazione. Come psicologia del profondo, la psicoanalisi considera la vita psichica da tre punti di vista: dinamico, economico e topico. Il punto di vista dinamico riconduce tutti i processi psichici a un gioco di forze che si promuovono o si inibiscono a vicenda, che si associano le une con le altre, entrano in compromesso ecc. Originariamente queste forze hanno la stessa natura delle pulsioni, le quali possono essere suddivise in due gruppi: pulsioni dell’Io e pulsioni oggettuali. Il punto di vista economico ipotizza che le rappresentanze psichiche delle pulsioni abbiano un investimento di una determinata quantità di energia. Il decorso dei processi psichici viene regolato automaticamente dal principio di piacere-dispiacere. L’originario principio di piacere nel corso dello sviluppo subisce una modifica in riferimento al mondo esterno (principio di realtà). Il punto di vista topico vede l’apparato psichico suddiviso in Io, Es e Super-io. L’Io e il Super-io si sviluppano fuori dall’Es. L’Es è totalmente inconscio; sono invece consce parti dell’Io e del Super-io. Gli inizi della psicoanalisi possono essere contrassegnati da due date: 1895, anno della pubblicazione degli Studi sull’isteria, e 1900, anno di pubblicazione dell’Interpretazione dei sogni.

Inibizione, sintomo e angoscia (1925)

1
237-40
I concetti di sintomi e di inibizioni non sono cresciuti entrambi sullo stesso terreno. L’inibizione non significa necessariamente qualcosa di patologico. Per sintomo s’intende in sostanza il segno di un processo morboso. La funzione sessuale è soggetta a svariati disturbi che possono essere classificati come semplici inibizioni. I disturbi della funzione sessuale insorgono attraverso molteplici procedimenti: 1) il semplice distogliersi della libido; 2) la cattiva esecuzione della funzione; 3) le maggiori difficoltà di questa a causa di particolari condizioni, e il suo modificarsi a causa della sua deviazione verso altri scopi; 4) la sua prevenzione mediante misure di sicurezza; 5) la sua interruzione mediante sviluppo di angoscia, se non è più possibile impedirne l’avvio; 6) una reazione posticipata che contesta e tenta di cancellare l’accaduto qualora la funzione sia stata comunque portata a compimento. Il disturbo più frequente della funzione nutritiva è l’avversione al mangiare, per ritiro della libido. La locomozione è inibita in alcuni stati nevrotici da un’avversione a camminare o da una debolezza nella deambulazione. L’inibizione al lavoro comporta diminuito piacere, o esecuzione peggiore, o manifestazioni reattive come stanchezza qualora la continuazione del lavoro venga forzata. L’inibizione esprime una restrizione di una funzione dell’Io. Nelle inibizioni specifiche, l’Io rinuncia a determinate funzioni o attività per non entrare in conflitto con l’Es o con il Super-io. Le inibizioni più generali sono connesse a un impoverimento dell’energia disponibile nell’Io. Per concludere, delle inibizioni si può dire che sono limitazioni delle funzioni dell’Io che si verificano o per motivi prudenziali o in seguito a impoverimenti di energia.

2
241-46
Il sintomo sarebbe segno e sostituto di un soddisfacimento pulsionale che è mancato, e un risultato del processo di rimozione. La rimozione proviene dall’Io, il quale non vuole essere coinvolto in un investimento pulsionale che ha tratto origine dall’Es. L’Io, mediante la rimozione, ottiene che la rappresentazione portatrice dell’impulso sgradito venga tenuta lontana dalla coscienza. L’Io è la sede dell’angoscia. Quando l’Io lotta contro un processo pulsionale nell’Es, gli basta dare un segnale di dispiacere per raggiungere il suo intento grazie a quell’istanza quasi onnipotente che è il principio di piacere. L’Io esplica questo influsso per effetto delle sue intime relazioni con il sistema percettivo. La funzione di questo sistema è collegata al fenomeno della coscienza. L’Io adotta contro il pericolo interno la stessa linea di difesa adottata contro quello esterno. Governa l’accesso alla coscienza, come pure il passaggio all’azione nel mondo esterno; nella rimozione, esercita il suo potere in entrambe le direzioni: da un lato manifesta la sua potenza sul moto pulsionale, dall’altro sulla rappresentanza psichica di tale impulso. Le rimozioni che si incontrano nel lavoro terapeutico sono perlopiù post-rimozioni. Il sintomo ha la sua origine nel moto pulsionale ostacolato dalla rimozione. Si può dire che il moto pulsionale ha trovato un sostituto, ma un sostituto alterato, spostato, inibito. L’Io può esercitare un controllo sull’Es, ma può anche dipenderne. Lo stesso si può dire dell’Io nei confronti del Super-io. Freud si dichiara contrario all’enunciazione di una “concezione del mondo” psicoanalitica, cui molti sembrano inclini sulla base della debolezza dell’Io rispetto all’Es e di ciò che è razionale rispetto a ciò che in noi è demoniaco: ogni concetto psicoanalitico è sempre aperto a revisioni.

3
247-50
L’Io è di fatto la porzione organizzata dell’Es. Di regola il moto pulsionale da rimuovere rimane isolato. Al primo atto di rimozione segue un periodo, lungo o interminabile, in cui la lotta contro il moto pulsionale trova la sua prosecuzione nella lotta contro il sintomo. Questa lotta difensiva secondaria ci mostra due volti contraddittori. 1) Da un lato l’Io è costretto, per propria natura, a intraprendere qualcosa che dobbiamo giudicare come un tentativo di restaurazione o di riconciliazione. L’esistenza del sintomo può portare con sé un certo impedimento operativo, per cui si può mitigare una richiesta del Super-io o respingere una pretesa del mondo esterno. Così, a poco a poco, si affida al sintomo la rappresentanza di interessi importanti. Configurazioni sintomatiche come quelle della nevrosi ossessiva e della paranoia assumono grande valore per l’Io, non perché gli rechino alcun vantaggio, ma perché gli procurano un soddisfacimento narcisistico non ottenibile altrimenti. Da tutte le relazioni sopra considerate risulta quello che è noto come “tornaconto (secondario) della malattia”. 2) L’altro procedimento ha carattere meno amichevole, e prosegue nella direzione della rimozione.

4
251-59
Freud considera il caso di una zoofobia isterica infantile, ossia il caso della fobia dei cavalli manifestata dal “piccolo Hans”. Il piccolo Hans si rifiuta di andare per la strada perché ha paura che un cavallo possa morderlo. Egli si trova nel geloso e ostile atteggiamento edipico verso suo padre, che pure ama teneramente. Si ha dunque un conflitto di ambivalenza: amore e odio altrettanto giustificati, entrambi rivolti verso la stessa persona. La fobia è un tentativo di sciogliere questo conflitto. Il moto pulsionale che soggiace alla rimozione è un impulso diretto verso il padre. Il piccolo Hans ha manifestato l’idea di essere morso da un cavallo. L’idea di essere divorato dal padre appartiene tipicamente a un antichissimo patrimonio infantile; sono ben note le analogie mitologiche (Crono) e quelle tratte dalla vita degli animali. Sono stati assoggettati alla rimozione due moti pulsionali: aggressività sadica contro il padre e atteggiamento tenero verso di lui. Nella costruzione della fobia del piccolo Hans è stato stornato anche il tenero investimento oggettuale riguardante la madre. Il fattore che ha provocato la rimozione in Hans è stata la paura provocata da una minaccia di evirazione. La sua paura che il cavallo lo morda è ben comprensibile: è la paura che il cavallo gli morda via il genitale, che lo eviri. Un paragone tra la fobia dell'”uomo dei lupi” (fobia di essere divorato dai lupi) e quella del piccolo Hans dimostra che, nonostante notevoli differenze, l’esito finale è pressoché il medesimo. L’esame dell’angoscia dei due pazienti dimostra che l’angoscia della zoofobia è paura d’evirazione non trasformata, è quindi angoscia reale, angoscia di fronte a un pericolo che realmente incombe o che viene giudicato reale. È quest’angoscia, che sorge nell’Io, ad avviare il processo di regressione, e che conduce infine alla formazione della fobia. L’angoscia ha ora due fonti: una nell’Es (libido disturbata) e l’altra nell’Io.

5
260-67
I sintomi più gravi dell’isteria di conversione non sono accompagnati da angoscia. La formazione dei sintomi nell’isteria di conversione è difficile da indagare e da spiegare in modo unitario. I sintomi più frequenti dell’isteria di conversione, paralisi motorie, contratture o azioni involontarie o cariche, dolori, allucinazioni, sono processi d’investimento permanenti o saltuari. I sintomi della nevrosi ossessiva sono di due specie, e manifestano opposte tendenze. Sono divieti, misure prudenziali, espiazioni, oppure soddisfacimenti sostitutivi, assai spesso camuffati in forme simboliche. La realizzazione della regressione significa per l’Io un primo successo nella lotta difensiva contro le pretese della libido. Forse con maggiore chiarezza che nella normalità e nell’isteria, nella nevrosi ossessiva è possibile riconoscere che il motore della difesa è il complesso di evirazione, mentre le tendenze del complesso edipico sono ciò contro cui ci si difende. Le formazioni reattive che si sviluppano nell’Io dei nevrotici ossessivi sono un nuovo meccanismo di difesa che va ad aggiungersi alla rimozione e alla regressione. Va sottolineata la forza dell’ambivalenza, la quale, per una qualche ragione ignota, svolge un ruolo molto importante nella costruzione della nevrosi ossessiva. Durante il periodo di latenza il compito principale sembra essere l’attività difensiva contro la tentazione dell’onanismo. Questa lotta produce una serie di sintomi che ritornano in modo tipico nelle persone più diverse e che, nell’insieme, rivestono il carattere di un cerimoniale. Con la pubertà si apre un capitolo decisivo della nevrosi ossessiva. L’ultrasevero Super-io s’impegna più energicamente nella repressione della sessualità, e il conflitto nella nevrosi ossessiva risulta acuito in due direzioni: le forze difensive sono divenute più intolleranti, e le forze che devono essere respinte più intollerabili. Esistono anche nevrosi ossessive in cui non compaiono sentimenti di colpa coscienti. Pare che esse siano strettamente connesse a soddisfacimenti di moti pulsionali masochistici.

6
268-72
Si possono osservare due attività, o tecniche dell’Io, nella formazione dei sintomi, che meritano particolare interesse perché sono surrogati della rimozione: il rendere non avvenuto e l’isolamento. La prima ha un vasto raggio di applicazione. È una specie di magia negativa che, attraverso un simbolismo motorio, intende spazzare via non già le conseguenze di un avvenimento, ma l’avvenimento stesso. Nella nevrosi ossessiva incontriamo il “rendere non avvenuto” anzitutto nei sintomi bifasici, in cui la seconda azione revoca la prima, quasi che nulla fosse accaduto. Il cerimoniale nevrotico ossessivo trova nell’intento del rendere non avvenuto la sua seconda radice; la prima è la prevenzione, la misura intesa a garantire che una certa cosa non accada, non si ripeta. La seconda tecnica, l’isolamento, appartiene peculiarmente alla nevrosi ossessiva: dopo un evento, o meglio dopo una particolare attività, significativa nel senso della nevrosi, viene introdotta una pausa durante la quale nulla può verificarsi. Per il nevrotico ossessivo riesce particolarmente difficile attenersi alla regola fondamentale della psicoanalisi. Probabilmente a causa della grande tensione conflittuale esistente tra il suo Super-io e il suo Es, l’Io del nevrotico ossessivo è più all’erta, i suoi isolamenti sono più precisi. Mentre cerca di impedire associazioni e collegamenti di pensiero, l’Io obbedisce a uno dei più antichi e fondamentali divieti della nevrosi ossessiva: il tabù del contatto. L’evitare contatti è di suprema importanza in questa nevrosi perché il toccare rappresenta la meta immediata sia dell’investimento oggettuale sia di quello amoroso.

7
273-79
Nelle zoofobie l’Io deve intervenire contro un investimento libidico oggettuale dell’Es (quello del complesso edipico positivo o negativo), giacché ha compreso che il cedervi implicherebbe il pericolo dell’evirazione. La corrente aggressiva dipende essenzialmente dalla pulsione di distruzione. L’Io, appena conosciuto il pericolo di evirazione, dà il segnale di angoscia e inibisce, mediante l’istanza del piacere-dispiacere, il minaccioso processo d’investimento nell’Es. La paura di evirazione mantiene un oggetto diverso e un’espressione deformata: essere morsicato dal cavallo o divorato dal lupo, anziché essere divorato dal padre. La fobia ha il carattere di una proiezione, dal momento che sostituisce un pericolo pulsionale interno con un pericolo percettivo esterno. L’angoscia delle zoofobie è una reazione affettiva dell’Io al pericolo, e il pericolo è quello dell’evirazione. La fobia si produce di regola dopo che in determinate circostanze – per strada, in treno, stando soli – è stato vissuto un primo attacco d’angoscia. L’angoscia è una reazione a una situazione di pericolo, e non si verifica se l’Io fa qualcosa per evitare la situazione o per sottrarsi a essa. Si potrebbe dire, allora, che i sintomi vengono creati per evitare la situazione di pericolo segnalata dallo sviluppo dell’angoscia. Le nevrosi traumatiche sono spiegate con la presenza di un fattore sessuale, conformemente al concetto di narcisismo, che sottolinea la natura libidica della pulsione di autoconservazione. Poiché nell’inconscio non è presente nulla che possa dare un contenuto al nostro concetto di annientamento della vita e poiché l’inconscio contribuisce alla formazione delle nevrosi narcisistiche, l’angoscia di morte deve considerarsi qualcosa di analogo all’angoscia di evirazione, e la situazione a cui l’Io reagisce è l’abbandono da parte del Super-io. Negli eventi che portano alla nevrosi traumatica viene infranta la protezione esterna contro gli stimoli, e quantità eccessive di eccitamento invadono l’apparato psichico.

8
280-90
L’angoscia è qualcosa che si sente, uno stato affettivo. L’analisi dello stato di angoscia mostra: 1) uno specifico carattere spiacevole; 2) atti di scarica; 3) la percezione di tali atti. Lo stato di angoscia può essere considerato una riproduzione del trauma della nascita. L’angoscia è sorta quale reazione a uno stato di pericolo, e viene ora riprodotta regolarmente quando un simile stato si verifica di nuovo. Solo pochi casi di manifestazioni infantili di angoscia ci risultano comprensibili: per esempio, quando il bambino è solo, quando si trova al buio e quando trova una persona estranea al posto di quella a cui è avvezzo (la madre). Questi tre casi si riducono a una circostanza sola, la mancanza della persona amata. L’immagine mnestica della persona agognata viene certo investita intensamente, dapprima probabilmente in modo allucinatorio. Ma ciò non ha successo, e sembra che questa nostalgia si converta in angoscia. La perturbazione economica dovuta all’aumento delle quantità di stimoli che richiedono di essere liquidati è il nucleo del “pericolo”. La situazione che il bambino valuta come “pericolo” e rispetto alla quale vuol essere rassicurato, è quella del mancato soddisfacimento, della tensione crescente dovuta al bisogno, e dev’essere analoga all’esperienza della nascita. A questo punto l’angoscia va incontro a diverse trasformazioni, parallelamente alle fasi dello sviluppo libidico. La perdita dell’oggetto come condizione per la formazione di angoscia è un ulteriore passaggio. Anche la successiva trasformazione dell’angoscia, l’angoscia di evirazione che compare nella fase fallica, è un’angoscia di distacco ed è legata alla stessa condizione. Il pericolo in tal caso è una separazione dal genitale. Si è seguita fin qui la trasformazione della situazione di pericolo dalla perdita dell’oggetto materno fino all’evirazione; il passo successivo è determinato dalla potenza del Super-io. L’angoscia di evirazione evolve in angoscia morale. La condizione angosciosa della perdita d’amore forse ha nell’isteria una parte simile a quella che la minaccia di evirazione ha nelle fobie e l’angoscia del Super-io nella nevrosi ossessiva. Freud prospetta un’altra idea dell’angoscia alla luce delle nuove concezioni: l’Io è la sede propria dell’angoscia, che è un segnale proveniente dall’Io in rapporto con l’istanza di piacere-dispiacere. Non esiste angoscia del Super-io o dell’Es. Nell’Es si svolgono soltanto processi che portano l’Io a sviluppare angoscia.

9
291-96
Vengono presi in esame i rapporti tra formazione sintomatica e sviluppo di angoscia. In proposito sembrano particolarmente diffuse due opinioni: 1) l’angoscia è un sintomo della nevrosi; 2) tra angoscia e nevrosi dev’esserci una relazione molto più intima. In base a questo secondo modo di vedere, qualsiasi formazione sintomatica verrebbe instaurata esclusivamente per sottrarsi all’angoscia. I sintomi si producono affinché l’Io sia sottratto alla situazione di pericolo. Se la formazione sintomatica viene impedita, subentra il pericolo reale. La formazione sintomatica pone fine alla situazione di pericolo. Il processo di difesa è analogo alla fuga mediante la quale l’Io si sottrae a un pericolo esterno, e rappresenta dunque un tentativo di fuga. Studiando i fattori che determinano l’angoscia, è stato necessario considerare razionalmente il comportamento difensivo dell’Io. Ogni situazione di pericolo corrisponde e appare adeguata a una certa epoca della vita o a una fase evolutiva dell’apparato psichico. Molti individui rimangono infantili nel loro atteggiamento di fronte al pericolo, e non riescono a superare situazioni di angoscia cronica. Non c’è nevrotico adulto nel quale non si possano rinvenire i segni della nevrosi infantile, mentre ovviamente non tutti i bambini che presentano queste caratteristiche diventeranno degli adulti nevrotici. Nel corso della maturazione determinate condizioni di angoscia vengono abbandonate, e certe situazioni di pericolo perdono il loro significato. Alcune situazioni di pericolo si mantengono nelle età successive, e la relativa angoscia viene modificata in corrispondenza dell’età. Altre condizioni angosciose, come l’angoscia di fronte al Super-io, non tramontano affatto.

10
297-302
L’angoscia è una reazione al pericolo. Quando l’Io è riuscito a difendersi da un moto pulsionale pericoloso – per esempio attraverso la rimozione – ha certamente inibito e danneggiato questa porzione dell’Es, concedendole però al tempo stesso una certa indipendenza e rinunciando a una parte della sua sovranità. Tra i fattori che concorrono a causare le nevrosi, che hanno prodotto le condizioni nelle quali le forze psichiche si misurano tra loro, consideriamo in particolare un fattore biologico, uno filogenetico e uno puramente psicologico. Quello biologico è la lunga impotenza e dipendenza del bambino piccolo. Il fattore filogenetico è stato semplicemente dedotto: la vita sessuale dell’uomo non si sviluppa con stabilità e regolarità dall’inizio fino alla maturità, ma dopo un primo fiorire, che dura sino al quinto anno di vita, subisce un’interruzione, dopo di che riprende nuovamente con la pubertà, ricollegandosi alle formazioni infantili. Il fattore psicologico risiede in un’imperfezione del nostro apparato psichico, la quale si connette propriamente con la differenziazione di questo in un Io e in un Es: questo fattore risale quindi anch’esso, in ultima analisi, all’influenza del mondo esterno. L’Io non può proteggersi contro i pericoli pulsionali interni con la stessa efficacia con cui si tutela da una parte della realtà che gli è estranea. Può difendersi tollerando la formazione sintomatica quale sostituto per il pregiudizio arrecato alla pulsione.

11. Aggiunte
310-14
Modificazioni di vedute già esposte
In base a una parte importante della teoria della rimozione sappiamo che questa non è un processo che si effettua una volta per tutte, ma anzi richiede un dispendio permanente di energia. Se questo venisse a mancare, la pulsione rimossa, la quale è continuamente alimentata dalle proprie fonti, si aprirebbe di nuovo la stessa via dalla quale è stata respinta a forza, e la rimozione andrebbe incontro a un insuccesso, oppure dovrebbe essere ripetuta un numero indefinito di volte. Dalla natura continuativa della pulsione proviene la richiesta fatta dall’Io di assicurare la sua azione di difesa mediante un dispendio permanente di energia. Questa azione a difesa della rimozione è ciò che nel trattamento psicoanalitico viene avvertito come resistenza. E la resistenza presuppone ciò che è indicato come controinvestimento. La resistenza che il terapeuta è chiamato a superare nell’analisi è opera dell’Io, il quale si attiene ai suoi controinvestimenti. L’osservazione dice che nell’analisi si deve lottare contro cinque tipi di resistenze: la resistenza dell’Io, che si distingue in resistenza di rimozione, resistenza di traslazione e tornaconto della malattia; la resistenza dell’Es, cioè la coazione a ripetere; la resistenza del Super-io, che sembra scaturire dal sentimento di colpa o dal bisogno di punizione. L’Io è la fonte dell’angoscia, che è una reazione generale alla situazione di pericolo. Ritornare al vecchio concetto di difesa, sostituito in seguito dal concetto di “rimozione”, presenta un sicuro vantaggio a patto che si stabilisca che esso dev’essere la designazione generale per tutte le tecniche di cui l’Io si avvale nei suoi conflitti che possono eventualmente sfociare nella nevrosi; mentre “rimozione” rimane il nome di uno in particolare fra questi metodi di difesa. Il concetto di difesa abbraccia tutti i processi aventi un’uguale tendenza, la protezione dell’Io dalle pretese pulsionali. La rimozione viene sussunta come un caso particolare.

Aggiunta circa l’angoscia
310-14
L’angoscia ha un’innegabile connessione con l’attesa: è angoscia prima di e dinanzi a qualche cosa. Possiede un carattere di indeterminatezza e di mancanza d’oggetto; nel parlare comune, quando essa ha trovato un oggetto, le si cambia nome, sostituendolo con quello di paura. Di fronte al pericolo reale noi sviluppiamo due tipi di reazione: quella affettiva (l’accesso d’angoscia) e l’azione protettiva. La situazione di pericolo è la situazione riconosciuta, ricordata, attesa, d’impotenza. L’angoscia è la reazione originaria all’impotenza vissuta nel trauma, reazione la quale, in seguito, è riprodotta nella situazione di pericolo come segnale d’allarme. L’Io, che ha vissuto passivamente il trauma, ne ripete ora attivamente una riproduzione attenuata, nella speranza di poterne orientare autonomamente lo sviluppo. Ciò che appare come una relazione particolarmente intima tra angoscia e nevrosi si riconduce al fatto che l’Io si difende con la reazione d’angoscia contro il pericolo pulsionale come contro il pericolo reale esterno; però questo orientamento dell’attività difensiva, a causa di un’imperfezione dell’apparato psichico, sbocca nella nevrosi.

Angosci, dolore e lutto
314-17
La situazione in cui il bambino avverte la mancanza della madre non è per lui una situazione di pericolo, ma è invece una situazione traumatica o, più esattamente, è una situazione traumatica se egli in quel momento avverte un bisogno che la madre dovrebbe soddisfare; si trasforma in situazione di pericolo qualora questo bisogno non sia attuale. La prima condizione d’angoscia, che l’Io stesso introduce, è quella della perdita della percezione, che viene uguagliata a quella della perdita dell’oggetto. In seguito, l’esperienza insegna che l’oggetto, pur rimanendo presente, può essere diventato cattivo per il bambino, e la perdita d’amore da parte dell’oggetto diventa un nuovo e molto più durevole pericolo e una nuova condizione d’angoscia. Il dolore è la reazione propria alla perdita dell’oggetto, l’angoscia la reazione al pericolo che tale perdita implica. Il dolore, anzitutto e di regola, sorge quando uno stimolo che colpisce la periferia riesce a far breccia nello scudo che protegge dagli stimoli e agisce come uno stimolo pulsionale assillante, contro il quale le azioni muscolari, che altrimenti sono efficaci in quanto sottraggono allo stimolo il luogo stimolato, non hanno alcun potere. Nel dolore corporeo si produce un investimento elevato, che possiamo chiamare narcisistico, delle zone dolenti del corpo; tale investimento aumenta costantemente e agisce sull’Io in modo per così dire svuotante. Il passaggio dal dolore fisico al dolore psichico corrisponde alla trasformazione da un investimento narcisistico a un investimento oggettuale. Il lutto subentra sotto l’impulso dell’esame di realtà, il quale esige categoricamente che ci si debba distaccare dall’oggetto, dato che esso non esiste più. Al lutto è affidato il compito di eseguire questa retrocessione dall’oggetto in tutte le situazioni in cui questo era stato fatto segno a un elevato investimento.

Estratti: Opere di Sigmund Freud (OSF) Vol 10. Inibizione, sintomo e angoscia e altri scritti: 1924-1929, Torino, Bollati Boringhieri, 2000.