Costruzioni nell’analisi e altri scritti freudiani (1937-193)

Costruzioni nell’analisi (1937)
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541-44
Freud pubblicò questa nota nel dicembre 1937, poco dopo Analisi terminabile e interminabile. Mediante la “costruzione” l’analista elabora una serie complessa di congetture riguardanti un brano della vita passata del paziente, in attesa di verifiche o di smentite. Esempi di costruzioni nell’analisi sono già rintracciabili in alcuni casi clinici di Freud: l’uomo dei topi, l’uomo dei lupi, la storia di un caso di omosessualità femminile. L’intento del lavoro psicoanalitico è, come è noto, far sì che il paziente rinunci alle rimozioni che risalgono al suo antico sviluppo e le sostituisca con reazioni tali da poter corrispondere a uno stato di maturità psichica. A tal fine egli deve ripristinare il ricordo di determinati episodi, nonché dei moti affettivi da essi suscitati, che al momento risultano in lui dimenticati. I suoi sintomi e le sue inibizioni attuali sono la conseguenza di tali rimozioni, dunque sono il sostituto di quello che ha dimenticato. Ciò che ci interessa è un quadro attendibile e completo, in tutti i suoi elementi essenziali, degli anni dimenticati della vita del paziente. Il lavoro psicoanalitico di costruzione o di ricostruzione rivela ampie somiglianze con quello dell’archeologo che dissotterra una città distrutta e sepolta o un antico edificio. Riuscire o meno a portare compiutamente alla luce il materiale nascosto, è soltanto un problema di tecnica.

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544-49
Ogni analista sa che nel trattamento due tipi di lavoro procedono insieme fianco a fianco. L’analista porta a termine un brano della costruzione, lo comunica all’analizzato affinché produca su di lui i suoi effetti, indi costruisce un altro brano a partire dal nuovo materiale che affluisce e procede poi con questo allo stesso modo; così, in tale alternanza, va avanti fino alla fine. Non siamo per nulla inclini a trascurare le indicazioni che si possono trarre dalla reazione del paziente quando gli comunichiamo una delle nostre costruzioni; tuttavia una risposta diretta, “sì” o “no”, non deve essere presa alla lettera. Le risposte “sì” o “no” vanno entrambe considerate polivalenti. Il malato usa modalità indirette di conferma. Una di queste è una locuzione che con lievi varianti ci capita di ascoltare dalle persone più disparate: “Questo non l’ho mai pensato.” Tale espressione può essere così tradotta: “È vero, in questo caso lei ha colto proprio l’inconscio.” La conferma indiretta, mediante associazioni che si adattano al contenuto della costruzione, offre al nostro giudizio preziose indicazioni, consentendoci di valutare se la nostra costruzione sarà convalidata nel seguito dell’analisi. Particolarmente impressionante è il caso della conferma che, attraverso un atto mancato, si insinua nell’esplicita formulazione di un dissenso. Non meritiamo il rimprovero che ci è stato fatto di trascurare sprezzantemente l’atteggiamento dell’analizzato nei riguardi delle nostre costruzioni. Di queste prese di posizione teniamo conto, e spesso ne traiamo indicazioni preziose. Tuttavia queste reazioni del paziente sono perlopiù polivalenti e non consentono di prendere una decisione definitiva. Solo il seguito dell’analisi può permetterci di valutare se la nostra costruzione è esatta oppure inutilizzabile.

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549-52
La via che parte dalla costruzione dell’analista dovrebbe terminare nel ricordo dell’analizzato; non sempre essa giunge tanto innanzi. Ci capita abbastanza frequentemente di non riuscire a suscitare nel paziente il ricordo del rimosso. In sua vece, se l’analisi è stata svolta correttamente, otteniamo in lui un sicuro convincimento circa l’esattezza della costruzione; tale convincimento, sotto il profilo terapeutico, svolge la stessa funzione di un ricordo recuperato. In alcune analisi sono stato colpito dal fatto che la comunicazione di una costruzione palesemente azzeccata provocava negli analizzati un fenomeno sorprendente. Si presentavano alla loro mente ricordi vivaci, ma ciò che ricordavano non era l’evento che costituiva il contenuto della costruzione, bensì alcuni particolari che a tale contenuto erano connessi. La “spinta ascensionale” del rimosso, resa attiva dalla comunicazione della costruzione, aveva inteso portare alla coscienza quelle importanti tracce mnestiche; ma una resistenza era riuscita, se non proprio ad arrestare questo movimento, almeno a spostarlo su oggetti adiacenti e di secondaria importanza. Questi ricordi si sarebbero potuti chiamare allucinazioni se alla loro vividezza si fosse aggiunto il convincimento di una loro presenza reale. Ma, nelle allucinazioni, il processo dinamico non potrebbe consistere piuttosto nel fatto che il distoglimento dalla realtà viene sfruttato dalla spinta ascensionale del rimosso che vuole imporre il proprio contenuto alla coscienza, mentre le resistenze suscitate da tale processo e la tendenza all’appagamento di desiderio potrebbero dividersi la responsabilità della deformazione e dello spostamento di ciò che ritorna alla memoria?

La scissione dell’Io nel processo di difesa (1938)
557-60
È una nota, datata gennaio 1938, rimasta incompleta e apparsa postuma. L’Io della persona che decine di anni più tardi s’impara a conoscere come paziente in analisi, si è comportato da giovane, in determinate situazioni critiche, in maniera singolare. Per indicare in termini generali le condizioni di un simile evento, si può affermare che esso si determina per influsso di un trauma psichico. Supponiamo che l’Io del bambino si trovi a essere oggetto di una potente pretesa pulsionale che è abituato a soddisfare, e che venga improvvisamente spaventato da un’esperienza che gli insegna che perseverare nel suddetto soddisfacimento avrà come conseguenza un pericolo reale difficilmente tollerabile. Dovrà allora decidere: riconoscere il pericolo reale, piegarvisi e rinunciare all’appagamento pulsionale, oppure rinnegare la realtà e convincersi che non vi è alcun motivo di aver paura, così da poter persistere nel soddisfacimento. Il bambino risponde al conflitto con due reazioni opposte. Da un lato, con l’ausilio di determinati meccanismi, rifiuta la realtà e non si lascia proibire nulla; dall’altro riconosce il pericolo della realtà e assume su di sé in quell’attimo stesso, sotto forma di sintomo patologico, la paura di quel pericolo, paura da cui in seguito cercherà di proteggersi. Le reazioni antitetiche al conflitto permarranno entrambe come nucleo di una scissione dell’Io. A conferma di ciò viene esposto schematicamente un caso clinico: un maschietto, come sostituto del pene che manca alla donna, si è creato un feticcio. Se non deve più riconoscere che le donne hanno perso il pene, la minaccia di evirazione cessa di essere credibile; e allora, non dovendo più temere per la sorte del suo pene, può proseguire indisturbato la masturbazione. Il ragazzo non ha semplicemente smentito la propria percezione allucinando un pene; ha solo effettuato uno spostamento di valore: ha trasferito l’importanza del pene a un’altra parte del corpo, servendosi del meccanismo della regressione. Il bambino aveva una grande paura del padre.

Risultati, idee, problemi (1938)
565-66
Si tratta di annotazioni frammentarie prese da Freud nell’estate del 1938 e pubblicate postume. La prima annotazione, datata 16 giugno, sottolinea che delle prime esperienze, contrariamente alle successive, si conservano tutte le reazioni, comprese naturalmente quelle tra loro contrastanti. 12 luglio: In sostituzione dell’invidia del pene, identificazione con la clitoride, la più bella espressione dell’inferiorità, fonte di tutte le inibizioni. Contemporaneamente, nel caso X, rinnegamento della scoperta che anche le altre donne non hanno il pene. Con i nevrotici siamo come in un paesaggio preistorico. 20 luglio: L’individuo che va a picco per i suoi conflitti interiori e la specie nella lotta con il mondo esterno cui non riesce più ad adattarsi è materia che merita di essere presa in considerazione nel Mosè. 3 agosto: Un sentimento di colpa può scaturire anche dall’amore insoddisfatto. Come l’odio. Il fondamento ultimo di tutte le inibizioni intellettuali e lavorative sembra essere l’inibizione dell’onanismo infantile. 22 agosto: Lo spazio può essere la proiezione dell’estensione dell’apparato psichico. Mistica: l’oscura autopercezione del mondo che è al di fuori dell’Io, dell’Es.

Compendio di psicoanalisi (1938)
572-74
Capitolo 1. L’apparato psichico
Chiamiamo Es la più antica delle province o istanze della psiche: suo contenuto è tutto ciò che è ereditato, presente fin dalla nascita, stabilito per costituzione, dunque le pulsioni. Sotto l’influsso del mondo esterno reale che ci circonda una parte dell’Es ha subìto un’evoluzione particolare. Da quello che era in origine lo strato corticale si è sviluppata una particolare organizzazione (da noi chiamata Io) che media da allora in poi fra l’Es e il mondo esterno. Caratteri principali dell’Io: suo compito è l’autoconservazione, compito che è assolto, per quel che riguarda l’esterno, imparando a conoscere gli stimoli, accumulando (nella memoria) esperienze su di essi, evitando (con la fuga) gli stimoli di intensità eccessiva e andando incontro (con l’adattamento) a quelli di intensità moderata, apprendendo infine a modificare (con l’attività) in modo adeguato e in vista di un proprio vantaggio il mondo esterno; per quel che riguarda l’interno, nei confronti dell’Es, il compito è assolto acquistando il controllo sulle richieste pulsionali, decidendo se a esse può essere dato soddisfacimento, rinviando tale soddisfacimento a tempi e circostanze migliori del mondo esterno, o magari reprimendo del tutto gli eccitamenti di queste pulsioni. Come sedimento del lungo protrarsi dell’età infantile, durante la quale l’essere umano in formazione vive in uno stato di dipendenza dai suoi genitori, si struttura nell’Io una speciale istanza, il Super-io, in cui tale influsso viene perpetuato. Un’azione dell’Io, in tanto è corretta in quanto si dimostra all’altezza delle esigenze dell’Es, del Super-io e della realtà. L’Es e il Super-io concordano in una cosa: entrambi rappresentano gli influssi del passato, l’Es l’influsso di ciò che l’individuo ha ereditato, il Super-io essenzialmente l’influsso di ciò che egli ha recepito da altre persone; l’Io è determinato principalmente da ciò che l’individuo ha sperimentato di persona.

Capitolo 2: La teoria delle pulsioni
575-78
La potenza dell’Es esprime il vero intento vitale del singolo individuo, che consiste nel soddisfare i suoi bisogni innati. L’Io ha il compito di mantenersi in vita (autoconservazione). Il compito principale del Super-io è limitare i soddisfacimenti. Chiamiamo pulsioni le forze che stanno dietro le tensioni dovute ai bisogni. Ammettiamo soltanto due pulsioni fondamentali: l’Eros e la pulsione di distruzione. Meta della prima di queste due pulsioni è stabilire unità sempre più vaste e tenerle in vita; meta dell’altra è dissolvere i nessi e in questo modo distruggere le cose. La seconda pulsione rimane muta finché agisce all’interno come pulsione di morte; noi la avvertiamo soltanto quando si volge all’esterno come pulsione distruttiva. Nell’Io è accumulato tutto l’importo libidico disponibile. Chiamiamo questo stato “narcisismo” primario assoluto. Esso regge fino al momento in cui l’Io incomincia a investire libidicamente le rappresentazioni di determinati oggetti, trasformando la libido narcisistica in libido oggettuale. Per tutta la vita l’Io rimane il grande serbatoio da cui provengono gli investimenti libidici sugli oggetti e in cui tali investimenti possono anche essere ritirati. Le più importanti zone corporee da cui promana questa libido sono note come zone erogene.

Capitolo 3: Lo sviluppo della funzione sessuale
579-83
Le scoperte principali della psicoanalisi sono: a) la vita sessuale non ha inizio soltanto con la pubertà, ma si instaura con manifestazioni evidenti poco dopo la nascita; b) bisogna distinguere nettamente fra i due concetti di sessuale e genitale. Il primo è più ampio e comprende molte attività che non hanno nulla a che fare con i genitali; c) la vita sessuale comprende la funzione di ottenere piacere da determinate zone del corpo; successivamente tale funzione è posta al servizio della procreazione. Il primo organo che si presenta come zona erogena e avanza alla psiche una richiesta libidica è, fin dalla nascita, la bocca. Già durante questa fase orale compaiono isolatamente, con i primi denti, alcuni impulsi sadici, i quali hanno una parte molto più ampia nella seconda fase, che chiamiamo sadico-anale, giacché in essa il soddisfacimento è ricercato nell’aggressività e nella funzione dell’escrezione. La terza fase è nota come fase fallica; come fase in un certo senso precorritrice, essa è già assai simile alla configurazione definitiva della vita sessuale. Con la fase fallica la sessualità della prima infanzia raggiunge il suo apice e si approssima al tramonto. I destini del bambino e della bambina si separano. Il maschietto entra nella fase edipica, incomincia a manipolare il pene e contemporaneamente elabora fantasie di una qualche attività sessuale del pene sulla madre, fino a quando, per l’azione congiunta della minaccia di evirazione e della visione della mancanza del pene nella donna, subisce il più grande trauma della sua vita, che dà avvio al periodo di latenza. La bambina, dopo essersi sforzata invano di fare come il bambino, si rende conto della propria mancanza di pene, o meglio della propria inferiorità clitoridea, con conseguenze non effimere sullo sviluppo del suo carattere. L’organizzazione piena è raggiunta soltanto con la pubertà in una quarta fase, quella genitale. Si è così prodotto uno stato in cui: 1) alcuni degli antichi investimenti libidici si sono conservati; 2) altri vengono inglobati nella funzione sessuale come atti preparatori e di sostegno, e il loro soddisfacimento dà luogo al cosiddetto “piacere preliminare”; 3) altre tendenze, escluse dall’organizzazione, o vengono rimosse, o sono impiegate nell’Io in un modo diverso, dando luogo a determinati tratti di carattere o subendo sublimazioni con relativo spostamento di meta. Quando questo processo non si svolge bene, ne derivano disturbi della vita sessuale. Una di queste inibizioni evolutive è, per esempio, l’omosessualità manifesta. I fenomeni normali e anormali da noi osservati esigono una descrizione dal punto di vista dinamico ed economico. L’etiologia dei disturbi nevrotici va ricercata nella storia evolutiva dell’individuo.

Capitolo 4: Qualità psichica
584-91
Ciò che chiamiamo “conscio” è la stessa cosa della coscienza dei filosofi e dell’opinione popolare. Ogni altra cosa che appartiene allo psichico è per noi l’inconscio. Alcuni processi però diventano facilmente coscienti; poi non lo sono più, ma possono ridiventarlo senza fatica, in quanto, come si suol dire, possono essere riprodotti o ricordati. La coscienza è comunque uno stato quanto mai fuggevole. Tutto l’inconscio che può mutare il proprio stato da inconscio a conscio preferiamo definirlo preconscio. Attribuiamo tre qualità ai processi psichici; essi sono coscienti, preconsci o inconsci. Ciò che è preconscio diventa conscio, l’inconscio può farsi cosciente grazie ai nostri sforzi, e in ciò possiamo avere la legittima sensazione di dovere spesso superare fortissime resistenze. Il diventare cosciente è legato innanzitutto alle percezioni che i nostri organi di senso ricavano dal mondo esterno. È un fenomeno che si verifica nello strato corticale più esterno dell’Io. L’interno dell’Io, che comprende innanzitutto i processi di pensiero, ha la qualità del preconscio. È questa una qualità caratteristica dell’Io, che gli spetta in modo esclusivo. L’inconscio è l’unica ed esclusiva qualità che domina nell’Es. I processi nell’inconscio o nell’Es ubbidiscono a leggi diverse da quelle vigenti nell’Io preconscio. Chiamiamo queste leggi nel loro insieme processo primario, in contrasto con il processo secondario, che regola i decorsi nel preconscio, nell’Io.

Capitolo 5: Spiegazione in base all’interpretazione dei sogni
592-98
Imbocchiamo la via della comprensione (interpretazione) del sogno in quanto supponiamo che ciò che ricordiamo dopo il risveglio come sogno non sia il vero e proprio processo onirico, ma soltanto una facciata dietro la quale quel processo si cela. Il processo che fa derivare il contenuto onirico manifesto dai pensieri onirici latenti è il lavoro onirico. Lo studio del lavoro onirico ci fa comprendere come un materiale inconscio dell’Es si imponga all’Io, diventi preconscio e subisca, a causa dell’opposizione dell’Io, quelle modifiche che ci sono note come deformazione onirica. Esistono occasioni di due specie per la formazione del sogno. O durante il sonno un moto pulsionale altrimenti represso (un desiderio inconscio) ha trovato la forza di farsi valere nell’Io, o un’aspirazione che deriva dalla vita vigile trova nel sonno un rafforzamento ad opera di un elemento inconscio. Dunque: sogni provenienti dall’Es, oppure provenienti dall’Io. Sono messe in evidenza le numerose testimonianze a favore della parte svolta dall’Es inconscio nella formazione del sogno. Il lavoro onirico è essenzialmente un caso di elaborazione inconscia di processi ideativi preconsci. Vengono poi discusse due peculiarità del lavoro onirico: la condensazione e lo spostamento. E infine viene spiegato perché l’Io che dorme si addossa il compito del lavoro onirico. Ogni sogno che si forma pone, con l’aiuto dell’inconscio, un’esigenza all’Io, affinché sia soddisfatta una pulsione se il sogno proviene dall’inconscio, e se invece esso deriva da un residuo dell’attività preconscia della vita vigile, affinché sia risolto un conflitto, eliminato un dubbio, formulato un proposito. Ma l’Io del dormiente è concentrato sul desiderio di continuare a dormire, sente questa esigenza come un disturbo e cerca di accantonarla. Ciò gli riesce grazie a un atto di apparente arrendevolezza, per cui contrappone a tale pretesa, che così viene neutralizzata, un appagamento di desiderio. Questa sostituzione della pretesa con l’appagamento di un desiderio è e rimane il risultato essenziale del lavoro onirico.

Capitolo 6: La tecnica psicoanalitica
599-609
L’Io ha il compito di soddisfare le esigenze derivanti dal suo triplice rapporto di dipendenza, dalla realtà, dall’Es e dal Super-io, mantenendo purtuttavia la propria organizzazione e affermando la propria indipendenza. Se l’Io del malato dev’essere un prezioso alleato – nonostante le pressioni cui è sottoposto ad opera delle forze nemiche – dovrà aver conservato un certo grado di coesione, nonché un certo discernimento per le esigenze della realtà. Il metodo psicoanalitico è utile soltanto con i nevrotici, non con gli psicotici. La regola psicoanalitica fondamentale impegna il paziente a comunicare tutto ciò che gli viene offerto dalla sua autosservazione, incluso ciò che è sgradevole a dirsi, o gli sembra irrilevante, o addirittura assurdo. Il paziente non si accontenta di considerare l’analista, alla luce della realtà, come un aiutante e un consigliere, ma ravvisa in lui una persona importante della sua infanzia, e trasferisce perciò su di lui sentimenti e reazioni che certamente erano destinati a quel modello. Questo fenomeno della traslazione si rivela ben presto come un fattore di insospettata importanza. Dal momento che il paziente mette l’analista al posto del padre (o della madre), è evidente che gli concede anche il potere che il suo Super-io esercita sul suo Io. Il nuovo Super-io ha ora l’occasione di effettuare una specie di posteducazione del nevrotico. L’Io si tutela contro l’irruzione di elementi indesiderati provenienti dall’Es inconscio e rimosso per mezzo di controinvestimenti che devono rimanere intatti perché l’Io possa funzionare normalmente. Il superamento delle resistenze è la parte del nostro lavoro che esige più tempo e più fatica. Esistono due nuovi fattori, come punti di resistenza. Il primo è il senso di colpa o “coscienza della propria colpa”; il secondo fattore si riscontra in quei casi in cui la pulsione di autoconservazione ha addirittura subìto un’inversione e il paziente non sembra mirare ad altro che all’autolesionismo e all’autodistruzione. Sono di ostacolo a una buona riuscita dell’analisi la traslazione negativa, la resistenza della rimozione dell’Io, il senso di colpa derivante dal rapporto con il Super-io, e il bisogno della malattia derivante da alterazioni profonde nell’economia pulsionale del paziente.

Capitolo 7: Un saggio di lavoro psicoanalitico
610-21
Le nevrosi e le psicosi sono gli stati in cui trovano modo di esprimersi i disturbi funzionali dell’apparato psichico. Abbiamo scelto le nevrosi come oggetto del nostro studio perché esse sole ci sembrano accessibili ai metodi psicologici di cui ci serviamo nei nostri interventi. Le nevrosi non hanno cause specifiche. Le insufficienze e le sofferenze dei nevrotici sono dovute a disarmonie quantitative. Sembra che le nevrosi vengano acquisite soltanto nell’infanzia (fino ai sei anni), anche se i loro sintomi possono venire alla luce assai più tardi. Le nevrosi sono affezioni dell’Io. L’Io, fintantoché è fragile, incompiuto e incapace di opporre resistenza, fallisce nel tentativo di padroneggiare compiti di cui in seguito potrebbe venire a capo senza difficoltà. Le pretese pulsionali provenienti dall’interno, al pari degli eccitamenti del mondo esterno, agiscono allora alla stregua di “traumi”, particolarmente se a essi vengono incontro determinate disposizioni. Il povero Io inerme si difende mediante tentativi di fuga (rimozioni) che più tardi si rivelano inadeguati e determinano limitazioni durature per lo sviluppo ulteriore. I sintomi nevrotici sono o un soddisfacimento sostitutivo di una qualsivoglia aspirazione sessuale, o una misura intesa a impedirlo, di regola però un compromesso tra queste due cose. A questo punto viene analizzato il rapporto del bambino con la madre sia come oggetto d’amore sia come persona che minaccia di punire la sua masturbazione con l’evirazione. Di norma, la madre delega al padre l’esecuzione di questa minaccia. Il complesso edipico è il fenomeno centrale degli anni infantili sia nei bambini che nelle bambine. In questa parte del saggio è discussa ampiamente la differenza tra il complesso edipico e il complesso di evirazione nelle femmine e nei maschi. Nei maschi, la minaccia di evirazione mette fine al complesso edipico; la donna, al contrario, è sospinta nel suo complesso edipico dagli effetti della mancanza del pene.

Capitolo 8. L’apparato psichico e il modo esterno
622-31
Il nucleo centrale del nostro essere è formato dall’Es oscuro, il quale non tratta direttamente con il mondo esterno e anche alla nostra conoscenza diventa accessibile soltanto grazie alla mediazione di un’altra istanza. Nell’Es sono all’opera le pulsioni organiche, le quali sono composte a loro volta da miscele variamente proporzionate di due forze originarie (Eros e distruzione) e si differenziano le une dalle altre per il loro rapporto con gli organi o i sistemi organici. L’Es, tagliato fuori dal mondo esterno, ha il suo proprio mondo di percezioni. L’Io si è sviluppato dallo strato corticale dell’Es; tale strato, munito com’è dei dispositivi per la ricezione e l’allontanamento degli stimoli, è in diretto contatto con il mondo esterno (la realtà). Partendo dalla percezione cosciente l’Io ha assoggettato al proprio influsso zone sempre più vaste e strati sempre più profondi dell’Es, e rivela nella sua persistente dipendenza dal mondo esterno il sigillo indelebile della sua provenienza. La sua prestazione psicologica consiste nell’elevare a un livello dinamico più alto i processi dell’Es; la sua prestazione costruttiva consiste nell’interpolare, fra la pretesa pulsionale e l’azione di soddisfacimento, l’attività di pensiero; quest’ultima, dopo essersi orientata nel presente e aver utilizzato le esperienze del passato, si sforza, procedendo per prove ed errori, di indovinare le conseguenze delle iniziative progettate. L’Io decide in questo modo se il tentativo di raggiungere il soddisfacimento debba essere compiuto o rinviato, oppure se la pretesa avanzata dalla pulsione debba essere rimossa in quanto pericolosa (è questo il principio di realtà). Poiché le tracce mnestiche possono anch’esse diventare coscienti come le percezioni, è qui un equivoco che potrebbe dar luogo al disconoscimento della realtà. Da ciò l’Io si difende instaurando l’esame di realtà. L’Io debole e incompiuto del periodo infantile viene perennemente danneggiato dagli sforzi cui ha dovuto sottoporsi per difendersi dai peculiari pericoli che caratterizzano quest’epoca dell’esistenza. Contro i pericoli che lo minacciano dal mondo esterno il bambino si sente protetto dalle cure sollecite dei suoi genitori; il prezzo che deve pagare per questa sicurezza è l’angoscia della perdita d’amore. Gli stati morbosi dell’Io sono dovuti al venir meno 0 all’allentarsi della sua relazione con il mondo esterno. Viene infine discussa l’ipotesi che in tutte le psicosi si abbia una scissione dell’Io (cioè due atteggiamenti diversi); come esempio sono portati casi di feticismo.

Capitolo 9: Il mondo interno
632-34
Fino al termine del primo periodo dell’infanzia (intorno ai cinque anni) L’Io media tra l’Es e il mondo esterno, accoglie le pretese dell’uno per appagarle, ottiene dall’altro le percezioni di cui si avvale come ricordi. L’Io, badando alla propria sopravvivenza, assume una posizione di difesa contro le pretese eccessive delle due parti, guidato in tutte le sue decisioni dai moniti di un modificato principio di piacere. Intorno a quest’epoca una porzione del mondo esterno è stata abbandonata, almeno parzialmente, come oggetto, e in compenso è stata assunta nell’Io, diventando perciò parte integrante del mondo interno. Questa nuova istanza psichica continua a svolgere le funzioni che erano state esercitate a suo tempo da quelle persone del mondo esterno; osserva l’Io, gli impartisce ordini, lo orienta e lo minaccia con punizioni. Chiamiamo questa istanza Super-io, e la avvertiamo come la nostra coscienza morale. Il Super-io è l’erede del complesso edipico e si insedia solo in seguito alla liquidazione di quest’ultimo. Finché l’Io lavora in piena unità d’intenti con il Super-io, non è facile distinguere le manifestazioni dell’uno da quelle dell’altro; tuttavia tensioni e scostamenti tra i due diventano ben presto evidentissimi. Il Super-io assume una specie di posizione mediana tra l’Es e il mondo esterno, unificando in sé gli influssi del presente e del passato.

Alcune lezioni elementari di psicoanalisi (1938)
639-44
Si tratta di uno scritto del 20 ottobre 1938, rimasto incompiuto e pubblicato postumo. La psicoanalisi ha scarse prospettive di diventare amata o popolare. La coscienza è soltanto una qualità dello psichico; lo psichico in sé è inconscio, e probabilmente di specie analoga a tutti gli altri processi della natura. Per motivare la propria asserzione la psicoanalisi chiama a raccolta parecchi fatti, di cui viene dato un saggio: 1) si sa che cosa si intende quando si parla di “idee improvvise”: pensieri che d’un tratto affiorano belli e fatti alla coscienza, senza che nulla si sappia della loro preparazione, che pure dev’essere consistita in atti psichici; 2) la seconda serie di fenomeni comprende gli atti mancati, i lapsus verbali; 3) su persone ipnotizzate si può dimostrare sperimentalmente che esistono atti psichici inconsci e che la consapevolezza non è una condizione indispensabile dell’attività. La coscienza è soltanto una qualità (o attributo) dello psichico, e per di più, incostante.

Una parola sull’antisemitismo (1938)
649-51
Questo scritto consiste quasi interamente di una citazione riportata da Freud, che dichiara di non riuscire più a rammentarne la fonte. Alcuni hanno avanzato l’ipotesi che i giudizi ivi contenuti siano in realtà opera dello stesso Freud, che avrebbe scelto un modo indiretto per esprimere alcune sue opinioni avversate da non pochi. L’autore citato, dopo aver premesso di non essere ebreo, dichiara che a suo giudizio per molti secoli il popolo ebraico è stato trattato ingiustamente, e su di esso si è continuato a esprimere un giudizio ingiusto. Complessivamente non abbiamo alcun diritto di guardare gli Ebrei dall’alto in basso. Per certi aspetti ci sono anzi superiori. Non hanno bisogno di alcool per trovare la vita sopportabile; i crimini brutali, gli assassinii, le rapine, le violenze sessuali sono fra loro eventi rarissimi; sempre hanno tenuto in gran conto le opere e gli interessi spirituali, la loro vita familiare è più intima, provvedono ai loro poveri e sentono la carità come un sacro dovere. Al termine della citazione Freud si dice profondamente impressionato da una così vigorosa presa di posizione da parte di un non ebreo.

Antisemitismo in Inghilterra (1938)
657
È una lettera in inglese spedita da Freud il 16 novembre 1938 a lady Rhondda, che dirigeva “Time and Tide” e che gli aveva chiesto un contributo per un numero speciale sull’antisemitismo. Freud rammenta di aver dovuto lasciare, dopo settantotto anni, la sua patria, di aver visto dissolti e distrutti la società, gli istituti scientifici e la casa editrice da lui fondati, sequestrati o mandati al macero i libri da lui pubblicati, i figli esclusi dalle loro professioni. Suggerisce pertanto alla sua interlocutrice di riservare le pagine del numero speciale a dichiarazioni di non ebrei che siano coinvolti meno personalmente di lui. Profondamente colpito per aver costatato un certo aumento dell’antisemitismo persino in Inghilterra, Freud conclude la lettera chiedendosi se le persecuzioni non avrebbero dovuto piuttosto suscitare in quel Paese un’ondata di compassione.

Estratti: Opere di Sigmund Freud (OSF) Vol 11: L’uomo Mosè e la religione monoteistica e altri scritti 1930-1938, Torino, Bollati Boringhieri, 2003.