Arco (1/14)

Dopo un lungo percorso di ricerca resta qualcosa di essenziale, di irriducibile. In questo qualcosa vita e morte si intrecciano, si “impastano”. Vive la morte. Muore la vita.

La parola greca “bios” può essere letta “biòs” e in questo caso significa “arco”. Scritta “bìos” invece significa “vita”.

È la logica del tiro con l’arco. La logica della pulsione. «All’arco è dato il nome della vita, e la sua opera è la morte» dice meravigliosamente Lacan nel Seminario XI[i].

Cicli di identificazioni, da una all’altra, oscillamenti tra vita e morte, tra fine e nascita.

Come zombie nel deserto delle regole, le identificazioni ci dicono “così devi, così non devi”.

Addolciamo per un po’ l’angoscia, ma poi di nuovo la giostra riparte.

Il “conosci te stesso” diventa un vuoto ritornello che si affievolisce nel silenzio del corpo, il non-luogo che domanda e non riceve risposta. La verità diventa l’affettuoso, flebile, lamentio dell’impotenza.

È questo un luogo finale e allo stesso tempo iniziale, è un luogo di nascita e di morte.

Quando il «vuoto diviene eloquente, la catena dei gesti quotidiani s’interrompe e il cuore cerca invano l’anello che lo ricongiunga»[ii], la vita diventa una causa persa.

Scegliamo una condanna a morte senza esecuzione continuando ad andare avanti, nonostante.

La decifrazione dell’inconscio è un’operazione “mentale” e per questo menzognera. Pensieri che pensano altri pensieri. Verità e menzogna si confondono in questo gioco.

Ma in definitiva resti solo con il tuo corpo che palpita e si dimena sotto le maschere identitarie.

È con questo corpo che ci troviamo a parlare. Questo corpo ci dice qualcosa, ma non è facile decifrarlo.

Continuiamo a cercare quel “saperci fare” per meglio addolcire la vita.

La nostra è la condizione umana, schiavi delle forze naturali, della finitezza, dell’Altro, in balia.


[i] J. Lacan, Seminario XI, ed. Einaudi, 1979 e 2003, Torino pag. 172.

[ii] A. Camus, Il mito di Sisifo, Bompiani, 2000, Milano, p. 16.