Una nuova dimensione interdisciplinare

Dai risultati delle ricerche evidenziate nella parte conclusiva del post di ieri, risulterebbe che la lallazione e il pointing possono essere allo stesso tempo sia una spia d’allarme che segnali positivi nell’evoluzione del bambino psicotico, sia sul piano linguistico sia su quello più generale della personalità. Tali considerazioni aprono alcune prospettive ancora non del tutto indagate. Il lavoro che svolgono gli insegnanti nelle scuole, gli educatori e i terapeuti nei centri di riabilitazione che accolgono i bambini autistici e psicotici, acquista un suo ruolo specifico e diventa di sicuro prezioso riflettere su di esso.

Una nuova dimensione interdisciplinare sembra favorire la interrelazione tra ambito pedagogico, pratica educativa e ambito clinico (Mason, L., 1984). Emerge dunque una nuova prospettiva circa l’opportunità, nel lavorare con i bambini psicotici e autistici, di ridefinire gli obiettivi e i metodi d’intervento, se accettiamo l’ipotesi che gli strumenti cognitivi e comunicazionali sono fondamentali sin dalle primissime fasi dello sviluppo. L’obiettivo che gli operatori (educatori, psicologi, terapeuti, riabilitatori…) si devono porre, non coincide con la “guarigione” di questi bambini, ma potrebbe articolarsi attraverso l’impegno e il compito di comprendere la loro problematica modalità di essere, provare forme di comunicazione e di lavoro nuove, tentando di pervenire a vere e proprie modificazioni del comportamento e, soprattutto, entusiasmandoli, facendo nascere in loro il desiderio di scoprire, arricchendo la funzionalità cognitiva e la conoscenza del mondo. Tuttavia, nonostante questi nuovi percorsi di ricerca, resta ancora arduo individuare una metodologia fondante il lavoro educativo con i bambini psicotici, poiché, nell’operatore coinvolto sarà la sua stessa “soggettività” a doversi mettere in gioco (Liverta Sempio, O., 1990).

Le difficoltà a cui maggiormente i terapeuti vanno incontro, nel lavoro educativo con i bambini psicotici, si mostrano nello svolgimento della funzione di contenimento e di restituzione rielaborata, delle proiezioni del bambino. Difficile è mantenere stabile la metodologia del lavoro educativo, difficile è saper integrare in modo creativo ed efficace sapere, saper essere e saper fare. L’incontro con il paziente psicotico diventa l’opportunità in cui si rende necessario, rivedere, riconoscere, reinventarsi, decentrarsi, culturalmente e intellettualmente, per fare spazio al soggetto che ha difficoltà a nascere. L’analisi delle impostazioni teoriche, qui brevemente trattate, sull’autismo e le psicosi infantili, sembra suggerirci un’attenta riflessione sull’opportunità di porre una maggiore attenzione all’intero ambiente di vita del bambino psicotico e non solo alla relazione madre-bambino. Questa linea di ricerca s’inserisce perfettamente sulla scia degli studi sviluppatosi in ambito pedagogico, che ha messo l’accento sull’importanza dell’inserimento dei bambini psicotici in contesti educativi, come la scuola, per esempio. L’attenzione all’ambiente educativo extrafamigliare, nella prospettiva terapeutica e psicoanalitica, era già riscontrabile in A. Freud e M. Klein. La ricerca pedagogica da poco ha assunto quell’approccio interdisciplinare in grado di mettere in evidenza la relazione fra ambito pedagogico, pratica educativa e ambito clinico. In questo senso risulta chiaro come l’assunzione da parte degli insegnanti e degli educatori della funzione di contenimento, rielaborazione, sostegno e riabilitazione, sia sempre più preziosa per un più efficace intervento terapeutico.

Bibliografia

Mason, L. (1984). Approccio pedagogico alla psicosi autistica.  Scuola e Città, XXXV, 11, pp. 487-491.

Liverta Sempio, O. (1990). L’intervento sul bambino psicotico: problematiche istituzionali e individuali del lavoro educativo. Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, 57, pp. 199-210.