Perché la guerra? (Carteggio con Einstein) e altri scritti freudiani (1932-33)

Perché la guerra? (Carteggio con Einstein) (1932)
289-92
Col progredire della tecnica moderna, scrive Einstein nella sua lettera a Freud del 30 luglio 1932, il problema della guerra è diventato una questione di vita o di morte per la civiltà da noi conosciuta, eppure, nonostante la massima buona volontà, tutti i tentativi di soluzione sono purtroppo miseramente falliti. Einstein, essendo immune da sentimenti nazionalistici, vede una maniera semplice di affrontare l’aspetto esterno, cioè organizzativo, del problema: gli Stati creino un’autorità legislativa e giudiziaria con il mandato di comporre tutti i conflitti che sorgono tra loro. Ogni Stato si assuma l’obbligo di rispettare i decreti di questa autorità, di invocarne la decisione in ogni disputa, di accettarne senza riserve il giudizio e di attuare tutti i provvedimenti che ritenga necessari per far applicare le proprie ingiunzioni. Qui s’incontra la prima difficoltà: un tribunale è un’istituzione umana che tanto più è soggetto alle pressioni extragiudiziali quanto meno ha potere per far rispettare le proprie decisioni. La ricerca della sicurezza internazionale implica che ogni Stato rinunci, entro certi limiti, alla propria libertà d’azione, vale a dire alla propria sovranità, ed è incontestabilmente vero che non v’è altra strada per arrivare a siffatta sicurezza.

292-303
Nella lettera a Einstein del settembre 1932 Freud scrive che i conflitti d’interesse tra gli uomini vengono decisi in linea di principio mediante l’uso della violenza. Il diritto è la forza di una comunità. Anche all’interno di una collettività non può essere evitata la risoluzione violenta dei conflitti. Una prevenzione sicura della guerra è possibile solo se gli uomini si accordano per costituire un’autorità centrale, al cui verdetto vengono deferiti tutti i conflitti d’interesse. Non c’è speranza di poter sopprimere le inclinazioni aggressive degli uomini. Da tempo immemorabile l’umanità è soggetta al processo dell’incivilimento. Le modificazioni psichiche che intervengono con l’incivilimento sono vistose e assolutamente inequivoche. Esse consistono in uno spostamento progressivo delle mete pulsionali e in una restrizione dei moti pulsionali. Poiché la guerra contraddice nel modo più stridente l’atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo di incivilimento, dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa; semplicemente non la sopportiamo più. Tutto ciò che favorisce l’incivilimento lavora anche contro la guerra.

I miei rapporti con J. Popper-Lynkeus (1932)
309-14
La spiegazione che Freud aveva dato della deformazione onirica gli era sembrata nuova, non aveva mai trovato nulla che le somigliasse. Anni dopo, gli capitò fra le mani il libro di Josef Popper-Lynkeus, Fantasie di un realista. Uno dei racconti in esso contenuti, Träumen wie Wachen (Sogno come veglia), risvegliò il suo più vivo interesse. Vi era descritto un uomo che poteva vantarsi di non aver mai sognato nulla di insensato. In quest’uomo non aveva luogo la deformazione onirica. Popper-Lynkeus attribuiva al personaggio piena consapevolezza dei motivi di questa sua particolarità. La deformazione era un compromesso, qualcosa di intrinsecamente insincero, il risultato di un conflitto fra il pensare e il sentire. Laddove tale conflitto non esisteva e la rimozione non serviva, i sogni non potevano essere né strani né insensati. All’uomo che non sognava diversamente da come pensava quand’era sveglio, Popper-Lynkeus aveva attribuito la medesima interiore armonia che egli, in quanto riformatore sociale, sperava di infondere nello Stato.

Necrologio di S. Ferenczi (1933)
319-22
Sándor Ferenczi nacque il 16 luglio 1873 e morì il 22 gennaio 1933. Da quando era stato condotto a Freud dall’interesse per la psicoanalisi, che era ancora agli albori, Ferenczi e Freud avevano condiviso moltissime cose. Dieci anni prima, quando la “Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse” aveva dedicato un fascicolo speciale al cinquantesimo compleanno di Ferenczi, erano stati già pubblicati quasi tutti i lavori grazie ai quali ogni analista poteva dirsi suo allievo. Ma Ferenczi non aveva ancora dato la sua opera più brillante e più ricca. Nel 1924 era apparso il suo libro Versuch einer Genitaltheorie. È un piccolo libro, uno studio più biologico che psicoanalitico, un’applicazione dei punti di vista e degli orientamenti della psicoanalisi sulla biologia dei processi sessuali e, al di là di questi, sulla vita organica in genere. Il filo conduttore è l’insistenza sulla natura conservatrice delle pulsioni, le quali mirano a ripristinare ogni situazione che sia stata abbandonata a causa di un’interferenza esterna. I simboli sono concepiti come testimonianze di nessi antichi. Più tardi, l’esigenza di guarire e di soccorrere era diventata predominante. Era nata in lui la convinzione, che traeva origine da fonti affettive inestinguibili, che per i malati si poteva fare assai di più purché l’amore cui avevano anelato da bambini fosse loro dispensato in misura sufficiente.

Prefazione a “E. Poe, studio psicoanalitico” di M. Bonaparte (1933)
327
Grazie al lavoro interpretativo di Marie Bonaparte, si comprende fino a che punto i caratteri dell’opera di Poe siano stati condizionati dalla particolare natura dell’uomo; e si comprende però anche che questa fu a sua volta il sedimento di legami emotivi e dolorose esperienze risalenti alla sua prima età.

Estratti: Opere di Sigmund Freud (OSF) Vol 11: L’uomo Mosè e la religione monoteistica e altri scritti 1930-1938, Torino, Bollati Boringhieri, 2003.