Percezione ed emozione (15/15)

Il cervello umano ha disponibili diverse fonti da cui attingere informazioni. La realtà esterna attiva la percezione che attraverso i vari sistemi sensoriali fornisce un’informazione alla coscienza. La stimolazione esterna è in grado anche di attivare quella che viene definita nel testo Ansermet e Magistretti “realtà interna inconscia”, realtà quest’ultima «che può organizzarsi in scenari fantasmatici»[1], è in grado cioè di riordinare «in modo diverso le rappresentazioni conservate sulla base della percezione, senza relazione diretta con gli stimoli della realtà esterna»[2]. Tali rappresentazioni possono essere evocate sia da stimoli esterni sia da un processo (involontario o volontario) non causato da una stimolazione esterna. Passiamo continuamente dall’istante presente (sistemi sensoriali) al ricordo di rappresentazioni (sistemi di memoria) e viceversa. Questo processo coinvolge emozioni e sensazioni immagazzinate contemporaneamente in quelli che Antonio Damasio chiamava marcatori somatici. Nel provare un sentimento piacevole associato ad un bel ricordo o uno sgradevole associato ad un pensiero negativo, se si pone attenzione, si noterà che l’immagine rappresentata è connessa a sensazioni percepibili in una certa qual misura a livello corporeo: una sensazione al ventre, lo stomaco chiuso, alterazione della pressione arteriosa o del ritmo cardiaco, sudorazione ecc. . Tuttavia, le risposte somatiche sarebbero ancora più forti se al posto della rappresentazione del ricordo ci fosse una percezione diretta. Quindi, gli stati somatici, possono essere associati sia ad una percezione sia ad una rappresentazione: «Uno stimolo proveniente dal mondo esterno, nell’attivare il sistema sensoriale interessato […], non si limiterebbe a innescare una percezione, ma sarebbe associato a una risposta somatica, e il simultaneo verificarsi di uno stimolo esterno e di uno stato somatico associato sarebbe proprio alla base della percezione di un’emozione»[3] . Quindi gli stati somatici possono essere associati sia ad una percezione che ad una rappresentazione. A questo punto è necessario analizzare il meccanismo attraverso il quale una percezione o una rappresentazione possono associarsi ad una reazione somatica. Nel cervello ci sono dei circuiti neurali che fungono da trasduttori della percezione (o della rappresentazione) in emozione: l’amigdala.

Di struttura ovoidale, l’amigdala appartiene al sistema limbico ed è allocata sopra il tronco cerebrale. Ha la forma di mandorla (in latino infatti amigdala significa mandorla). Essa è costituita da neuroni che utilizzano prevalentemente il neurotrasmettitore noradrenalina. È la regione cerebrale maggiormente coinvolta nell’elaborazione delle emozioni, collocata nella porzione mediale del lobo temporale, a ridosso dell’ippocampo, avente la corteccia prefrontale situata subito anteriormente. L’amigdala è composta da tre nuclei principali: basolaterale, corticomediale e centrale, ed è raggiunta da fasci di fibre derivanti dai lobi cerebrali, dalle vie sensoriali e dall’ippocampo. Le diverse aree afferenti sono ricche di interconnessioni tra loro. Dall’amigdala partono vie per l’ipotalamo (si parla in questo caso di via amigdalofughe e stria teminale), che producono la risposta vegetativa, vie per il grigio acqueduttale, che inducono la risposta comportamentale e vie per la corteccia, che garantiscono l’elaborazione, il riconoscimento e il controllo delle emozioni. Numerose ricerche dimostrano che all’amigdala è imputabile la rilevazione, la generazione e il mantenimento delle emozioni connesse alla paura. Il suo ruolo è connesso ad alcuni processi di elaborazione degli stimoli minacciosi[4], ovvero paura condizionata, riconoscimento delle espressioni facciali paurose, percezione della paura indotta da un anestetico (novocaina), evocazione di risposte emozionali paurose da stimolazione diretta. Inoltre sono state rilevate risposte che coinvolgono l’amigdala anche quando l’espressione minacciosa non risulta percepita consapevolmente o quando non si esperisce la paura in modo soggettivo. L’Amigdala sembra rispondere in modo più generico alle caratteristiche salienti degli stimoli emozionali.

L’amigdala integra processi neurologici superiori, essa è coinvolta nei sistemi della memoria emozionale e nei sistemi che mettono a confronto stimoli ricevuti con le esperienze passate ed è implicata nel comportamento sessuale e nell’elaborazione delle esperienze olfattive. Ha anche un ruolo molto importante nel condizionamento alla paura. Il nucleo laterale rileva uno stimolo minaccioso e il nucleo centrale dà inizio all’espressione di comportamenti di difesa (come il freezing, insorgenza di una brusca e repentina incapacità di iniziare movimenti volontari, in particolare il cammino) e altre risposte corporee associate alla reazione di paura (variazioni nella pressione sanguigna, di frequenza cardiaca ecc.). L’amigdala è localizzata sul versante interno del lobo temporale, essa «riceve delle afferenze dei sistemi sensoriali primari (vista, udito, olfatto). In altri termini, un rumore, la vista di un oggetto, un odore, sono in grado di attivare certi neuroni dell’amigdala, in particolare quelli localizzati nell’area basolaterale»[5].  Questi neuroni presenti in questa sotto-regione, che proiettano verso regioni del cervello che controllano il sistema neurovegetativo, sono collegati con altri neuroni di un’altra sotto-regione, il nucleo centrale.

Oltre all’amigdala, altri sistemi entrano in gioco nella connessione stimolo/rappresentazione e stato somatico. Il sistema neurovegetativo (parasimpatico e simpatico) controlla le viscere e il sistema ormonale: il battito del cuore, la pressione sanguigna, sudorazione, succhi gastrici, motilità intestinale. Come è noto, il sistema neurovegetativo coinvolge scarsamente la volontà. Esso è principalmente autonomo, ma non del tutto: «Si potrebbe dire piuttosto che è “automatico”, nella misura in cui esso viene attivato da stimolazioni provenienti dal mondo esterno, non controllabili con la volontà, e che si traducono, per il tramite di circuiti neurali amigdalici, in risposte somatiche sotto il controllo del sistema neurovegetativo»[6].

Questi meccanismi di trasduzione che operano a livello dell’amigdala sono alla base della connessione di uno stimolo esterno o di una rappresentazione richiamata alla coscienza da uno stato somatico.

Anche la corteccia prefrontale sembra svolgere un ruolo di attivatore dell’amigdala, in particolare le porzioni mediale e ventrale che proiettano verso la porta d’ingresso dell’amigdala, ovvero il nucleo basolaterale. La corteccia prefrontale è implicata nella formazione momentanea delle rappresentazioni (memoria di lavoro) e mette in azione la stessa concatenazione neurale che implica il coinvolgimento del sistema neurovegetativo.

Un altro sistema, in aggiunta a quest’ultimo, in grado di controllare viscere e le ghiandole è il sistema endocrino: «Anche in questo caso l’amigdala svolge il ruolo di trasduttore: un altro nucleo amigdalico, il nucleo corticomediale, proietta infatti all’ipotalamo, che è il centro di controllo del sistema endocrino e che, a partire dall’ipofisi, controlla la secrezione di ormoni che agiscono sui diversi organi del nostro corpo»[7]. O attraverso il sistema neurovegetativo o per via endocrina attraverso l’ipotalamo e l’ipofisi, l’amigdala agisce a livello somatico a partire da una percezione o da un ricordo di una rappresentazione.

Quali sono modalità con cui il cervello legge gli stati somatici in cui si trova, a seguito di una percezione o di una evocazione di una rappresentazione? Ci sarebbero, sostiene Damasio, delle regioni cerebrali, in ogni frangente, che rilevano lo stato dei nostri mutamenti corporei. Sarebbero certe aree a livello parietale, in particolare la regione insulare.[8] Si parla in questi casi di “vie enterocettive”[9] per identificare quelle aree neurali che in real-time processano informazioni provenienti dall’interno del nostro corpo. Dall’insula[10], i circuiti eterocettivi proiettano verso le regioni prefrontale, mediale e laterale.

In sintesi, un possibile schema in grado di rappresentare l’associazione tra percezione esterna/immagine rappresentata con uno stato somatico potrebbe essere: circuiti sensoriali primari–> attivazione amigdala–> attivazione dei sistemi neurovegetativo e neuroendocrino–> alterazione dello stato somatico–> rilevazione di quest’alterazione dall’insula e dalle aree sensibili agli ormoni in circolo.

Qualunque segnale proveniente dall’ambiente esterno o interno, positivo o negativo che sia, percepito in modo conscio o inconscio, porta con sé, una sequenza di reazioni che modificano lo stato in cui il corpo si trovava prima di essere venuto in contatto con quel segnale.

Il sentimento si riferisce a qualcosa di intimo, un movimento verso l’interno, una dimensione “privata”, un “tempo 2” rispetto cambiamenti che accadono nel corpo a cui invece fa riferimento il “tempo 1” dell’emozione che comporta un movimento verso l’esterno, qualcosa in grado di diventare pubblico.

Una emozione nel qui e ora è esperibile senza che il corpo la riconosca in quanto accadere. È possibile non essere “consci” di ciò che induce ad una reazione emozionale, possono esserci, cioè, delle risposte emotive prive di consapevolezza, delle quali si può essere coscienti solo post hoc, a posteriori. Nonostante sia possibile imitare alcune delle espressioni emozionali è impossibile bloccare le modificazioni automatiche che accadono a livello viscerale nel corpo. L’emersione delle emozioni è non conscia, anche per questo è difficile imitarle consapevolmente, perché esse sono causate dalle strutture cerebrali, viscerali, non controllabili. Abbiamo consapevolezza di sentire un’emozione quando l’emozione è sentita accadere nel nostro corpo. Sentire un’emozione consiste nell’esperienza di avere dei processi che indicano delle modificazioni nel corpo.

Le esperienze lasciano tracce che si iscrivono nel corpo, diventando vissuti corporei, marcatori somatici che connotano un certo stato corporeo che ha valore di contrassegno, di etichetta e nelle prime fasi della vita di un neonato si hanno le prime esperienze di regolazione affettiva che hanno un impatto fondamentale sulla memoria corporea.

Le Doux ha sottolineato la natura multifattoriale e sistemica delle interconnessioni a più livelli delle aree corticali e dei sistemi sottocorticali. Cioè, diversi sistemi sono contemporaneamente coinvolti nell’esperienza emotiva, anche se alcune strutture o parti di esse sono maggiormente interessate rispetto alle altre. Una funzione preminente del sistema limbico nella regolazione delle emozioni è assegnata all’amigdala, all’ippocampo e alle parti connesse alla corteccia.

L’amigdala rappresenta il punto di giunzione e di raccordo nonché di mediazione tra i vari sistemi afferenti (che trasportano gli impulsi nervosi dai recettori sensoriali al sistema nervoso centrale) ed efferenti (vie nervose che portano l’impulso nervoso dal sistema nervoso centrale alla periferia e che generalmente si trasforma in una risposta meccanica). Ha la funzione di integrare la valutazione, l’espressione e la stessa esperienza emozionale, rispetto alla corteccia, al sistema limbico e ai vari sistemi viscerali, ormonali e neurochimici coinvolti. L’ipotalamo ha la funzione di controllare il sistema vegetativo (simpatico e parasimpatico) e di modulare quei processi che avvengono nell’ambiente interno correlati a tutte quelle variazioni dell’organismo prodotte dall’esperienza emozionale, compreso l’emersione degli stati somatici più invadenti per il nostro equilibrio. Le Doux sottolinea dunque che l’emozione è un processo multidimensionale, cioè che coinvolge la valutazione, l’espressione e l’esperienza.

Il sistema limbico è in grado di codificare il valore biologico degli stimoli sensoriali esterni, (provenienti dal mondo esterno) ed interni (in questo caso nel senso di provenienti dal corpo).

La valutazione, l’attribuzione di una valenza emozionale (positiva, negativa, piacevole, spiacevole…) agli stimoli sensoriali (interni od esterni) avviene «inconsciamente» ed è in grado di incidere sia sull’espressione comportamentale dell’emozione che sulle alterazioni viscerali.

Entrambi gli emisferi sono implicati nella componente cognitiva dei processi emozionali; fermo restando la maggiore rilevanza dell’emisfero destro per le esperienze emozionali, sembra che l’emisfero sinistro sia maggiormente coinvolto nelle emozioni positive rispetto a quelle negative. L’emisfero sinistro è fondamentale nella comunicazione verbale e dunque nelle relazioni comunicative intenzionali. Le emozioni positive coinvolgono allo stesso tempo oltre alla componente emozionale anche quella comunicativa intenzionale e pertanto per esse entrerebbero in gioco entrambi gli emisferi, mentre per quelle negative risulta più rilevante l’emisfero destro e quello sinistro avrebbe la funzione invece di inibire queste emozioni piuttosto che metterle in gioco a livello comunicativo.

LeDoux[11] scopre che gli stimoli sensoriali che arrivano dalle orecchie e dagli occhi arrivano prima al talamo e successivamente (attraverso un circuito monosinaptico) all’amigdala. Un altro segnale dal talamo viene trasmesso alla neocorteccia. L’amigdala risponde dunque prima della neocorteccia. A questa ultima è affidato il compito di elaborare in modo più articolato e raffinato le informazioni.

Descriviamo una simulazione di quello che accadrebbe se sentissimo all’improvviso un rumore assordante. Gli impulsi nervosi arriverebbero al talamo e dal talamo si diramerebbero in due sentieri, il primo (il più breve) arriverebbe all’amigdala e ippocampo, il secondo (il più lungo) alla corteccia uditiva nel lobo temporale. L’ippocampo metterebbe a confronto con gli altri rumori sentiti in passato quello appena sentito, mentre la corteccia uditiva farebbe un’analisi più dettagliata del suono per capire da dove arriva, iniziando a fare delle ipotesi (un incidente? un oggetto che è caduto? un colpo d’arma? ecc.), ipotesi che arriverebbero all’amigdala e all’ippocampo, che a loro volta con estrema velocità le confronterebbero con ricordi somiglianti. Il risultato finale di questa analisi potrebbe essere rasserenante, per esempio perché è il vento che ha fatto sbattere una finestra, in questo caso l’allerta rientra oppure, se permane un certo dubbio, riparte il circuito amigdala/ippocampo/neocorteccia, che farebbe aumentare la preoccupazione e lo stato di attenzione. Se anche dopo questa ulteriore elaborazione non si riuscisse ad avere una risposta esaustiva, allora l’area centrale dell’amigdala attiverebbe l’ipotalamo, il tronco encefalico e il sistema neurovegetativo, producendo una vera e propria reazione da stress.[12]

L’amigdala spinge per l’azione, la neocorteccia è più lenta ad intervenire ma è dotata di una capacità di elaborare le informazioni più sofisticata ed è in grado di pianificare una reazione più adeguata ed efficace.

Il sistema emozionale può rievocare ricordi ed emozioni senza chiamare in causa la corteccia, ovvero senza una cognizione cosciente. Anche in questo caso l’amigdala sembra avere una funzione fondamentale. Ricordi e comportamenti che emergono inconsapevolmente sembrano prodotti proprio dal circuito monosinaptico che dal talamo arriva all’amigdala senza il coinvolgimento della neocorteccia. In tal senso, l’amigdala diventa il contenitore di ricordi emotivi, opachi, difficilmente traducibili in parole. Essa riceve informazioni da tutta la corteccia che elabora come input per l’ipotalamo. L’amigdala fornisce la tonalità emotiva alle esperienze ed ha una funzione chiave nell’attenzione e nella memoria, per esempio ricordi apparentemente insignificanti possono iscriversi per sempre nella memoria perché connotati da una certa condizione somatica esperita in una esperienza di paura.[13]

Quindi la percezione di stimoli (talamo sensoriale), di oggetti (corteccia sensoriale), l’emersione di ricordi degli oggetti (corteccia rinale), l’emersione di ricordi e contesti (ippocampo) o l’estinzione dello stato emozionale (attraverso l’attività neurale della corteccia mediale prefrontale) arrivano all’amigdala.

I segnali che arrivano all’ippocampo hanno la funzione di stabilire il contesto emozionale. L’ippocampo e altre aree contribuiscono alla formazione e alla rievocazione dei ricordi espliciti, ricordi che possono attivare delle reazioni emotive proprio perché i segnali dall’ippocampo possono arrivare all’amigdala.

Gazzaniga e Joseph LeDoux (1978)[14] fecero alcuni esperimenti su pazienti split brain, il più famoso fu quello in cui ad un soggetto venivano mostrate contemporaneamente e rapidamente due immagini, una zampa di gallina all’emisfero sinistro e una nevicata all’emisfero destro. Successivamente veniva chiesto di scegliere un’immagine pertinente con una delle immagini lateralizzate da una serie. Il soggetto selezionava con la mano destra una gallina e con la sinistra una pala di neve e poi gli veniva chiesto di dare una spiegazione alla scelta e la risposta è stata: “Ah, è facile. La zampa di gallina va con la gallina e ci vuole una pala per pulire il pollaio.” L’emisfero sinistro (fondamentale per l’espressione verbale), costruiva quindi una teoria sulla scelta fatta dall’emisfero destro.

Qualcosa di simile sembra accadere per le risposte emotive, come emerge dagli studi di Gazzaniga. Ad una ragazza, per esempio, è stato presentato, solo ad un campo visivo, un video con delle scene angoscianti di un incendio. La ragazza non sapeva esplicitare quello che aveva visto, sapeva solo che era impaurita e che nonostante il Dr. Gazzaniga le era simpatico, e senza essere in grado di spiegare il perché, aveva paura di lui. Il valore emotivo sarebbe stato trasmesso, ma l’emisfero sinistro non avrebbe “compreso” il cambiamento emozionale e dovendo comunque gestire questa variazione l’avrebbe interpretata come poteva (attribuendo valore pericolo al ricercatore).[15]

Gazzaniga sostiene che all’interno dell’organizzazione modulare del cervello ci sia un “interprete” (teoria dell’interprete, 1985).[16] L’organizzazione scompone l’informazione in parti diverse che vengono processate dalle singole unità specifiche che lavorano autonomamente rispetto all’elaborazione verbale e in parallelo rispetto al pensiero cosciente. Gazzaniga sottolinea che la mente modulare così concepita evoca in qualche modo il concetto freudiano di funzionamento inconscio; propone di passare dal concetto di “processo inconscio” a quello di “moduli mentali consci ma non verbali”.[17]

La tendenza ad interpretare che caratterizza l’emisfero sinistro, sembra essere strettamente collegata alle capacità verbali e tale tendenza si caratterizza proprio per la necessità di spiegare tutto.

Il risultato di questo processo interpretativo che riguarda non solo gli eventi esterni ma anche quelli riconducibili ai nostri “stati d’animo”, possono articolarsi in vere e proprie credenze e teorie che connotano la nostra personalità. Nella teoria dei sistemi di Ramachandran, (Phantoms in the brain) l’anosognosia (incapacità di riconoscere e dunque riferire di avere un deficit neurologico) è riconducibile alla funzione che i due emisferi assumono in riferimento al sistema delle credenze.[18] L’emisfero sinistro avrebbe la funzione di ordinare le informazioni che arrivano, di interpretarle all’interno di un sistema di credenze omogeneo con l’obiettivo di mantenerlo efficiente e stabile. All’arrivo di un’informazione non assimilabile in tale sistema, l’emisfero sinistro tende ad ignorarla o a distorcerla con lo scopo di renderla adatta al sistema di credenze. L’emisfero destro rileva invece le difformità per le quale il sistema di credenze può essere modificato nel momento in cui tale difformità supera un certo livello di incompatibilità. Se l’emisfero destro ha subìto delle lesioni, questa capacità di rilevare le anomalie si è indebolita e l’emisfero sinistro tenderà a ricondurre tutto a quel sistema di credenze, anche attraverso delle costruzioni fantasiose. Per esempio, la negligenza spaziale unilaterale è spesso accompagnata ad anosognosia. Il soggetto dice di vedere, che è capace di esplorare, di effettuare movimenti corretti nello spazio controlaterale rispetto al lato della lesione, anche se ciò, in realtà, non si verifica. Oppure nei casi di cecità corticale il paziente è convito di vedere senza problemi anche se non è capace di descrivere ciò che gli viene presentato dinnanzi.[19]

**L’emisfero destro dunque sembra avere un ruolo fondamentale nella “sistematizzazione” degli stati somatici, delle sensazioni, dell’orientamento del corpo nello spazio e delle emozioni. Esso cioè sarebbe fondamentale nell’elaborazione degli input socio-emozionali essendo più interconnesso con il sistema limbico ed avendo una funzione di controllo bilaterale del sistema nervoso simpatico, nel riconoscimento della componente emotiva nella comunicazione (prosodia), nel riconoscimento delle espressioni emotive del viso, ed avrebbe una funzione maggiore per le capacità visuo-spaziali e nell’orientamento del corpo nello spazio, nella costruzione di un immagine corporea e nell’elaborazione delle sensazioni somatosensoriali. L’emisfero sinistro invece è fondamentale nel linguaggio, nella categorizzazione, nel pensiero astratto, la logica e le inferenze di causalità. In particolare è importante per il ragionamento analitico, per l’uso della grammatica, per la risoluzione dei problemi e per la capacità d’interpretare in genere.

LeDoux attraverso delle ricerche sui ratti quindi scopre che gli stimoli emotivi arrivano all’amigdala attraverso due vie: certi segnali arrivano direttamente dal talamo all’amigdala altri dal talamo alla corteccia sensoriale e da questa all’amigdala. La prima via molto è più veloce della seconda e riesce a elaborare i segnali in modo meno accurato. L’apprendimento dei comportamenti emotivi aggira la corteccia cerebrale, ovvero non coinvolgerebbe la parte più evoluta del cervello: pensiero, ragionamento, coscienza. Secondo LeDoux questo sarebbe dovuto al fatto che, ai fini della sopravvivenza, dinanzi ad un pericolo, reagire è meglio che non reagire affatto: «A lungo termine, confondere un bastone con un serpente costa meno del contrario» [20]. Difendersi dinnanzi ad un pericolo per preservare la sopravvivenza è probabilmente la priorità assoluta per ciascun essere vivente e questo accomuna la specie umana a tutte le altre. Infatti, seppur con comportamenti diversi, specie-specifici, la funzione dell’amigdala è sempre la stessa. Siamo programmati per percepire i pericoli (sia quelli iscritti nella nostra memoria primitiva che quelli appresi nella nostra vita quotidiana) e per avere determinate reazioni di protezione necessarie per la nostra sopravvivenza.[21]Per quanto riguarda le situazioni traumatiche, la memoria implicita e quello esplicita lavorerebbero in parallelo e quindi, l’esposizione dei sintomi traumatici potrebbe riattivare entrambe. L’ippocampo in questo caso è importante per ricordarsi dove, con chi e cosa accadeva durante l’episodio traumatico, in altre parole, delinea il contesto.[22] Le due memorie sarebbero intrecciate tra di loro, il sistema di memoria esplicita che riguarda l’ippocampo sarebbe alla base di quella consapevolezza di sapere. L’amigdala invece giocherebbe un ruolo decisivo nell’espressione delle reazioni emotive. Tuttavia abbiamo la possibilità anche di essere coscienti di provare quella emozione piuttosto che un’altra ed in questo caso i ricordi espliciti e lo stato emozionale si fonderebbero tra di loro. Quindi, tutti i nuovi ricordi (espliciti), in qualche modo connessi con quelli passati (caricati emotivamente) si inscriverebbero all’interno di certa tonalità emotiva.

LeDoux riprende l’ipotesi che la coscienza corrisponda alla memoria di lavoro, che prima era chiamata a breve termine, ovvero il magazzino temporaneo al quale adesso si «è aggiunto un meccanismo di elaborazione usato per pensare e per ragionare.»[23] [24] Per dove è situata, la corteccia prefrontale laterale sarebbe ideale per far funzionare la memoria di lavoro polivalente essendo collegata con i diversi sistemi sensoriali (es. vista e udito), con le aree neocorticali che fanno da deposito temporaneo (es. informazioni spaziali e uditive), con l’ippocampo e le altre aree corticali della memoria a lungo termine ed inoltre avrebbe delle connessioni con le aree celebrali implicate nel controllo del movimento, rendendo possibile che una decisione presa possa diventare azione volontaria.[25]

La corteccia anteriore cingolata[26] avrebbe un ruolo nella memoria di lavoro e nelle attività cognitive annesse ricevendo segnali da alcune delle memorie di transito specializzate. Sia la corteccia prefrontale laterale che quella anteriore cingolata farebbero parte della rete attentiva del lobo prefrontale che avrebbe una funzione predominante nell’attenzione selettiva e nell’assegnazione delle risorse mentali, nei processi decisionali e nel controllo volontario del movimento. La polivalenza della memoria di lavoro potrebbe implicare la cooperazione tra la regione prefrontale laterale e quella anteriore cingolata. Ricorda LeDoux che tempo fa si pensava che la sede dell’anima o della coscienza si trovasse nella corteccia cingolata.

Un’altra area della corteccia prefrontale, la regione orbitale sotto il lobo frontale, è risultata altrettanto importante. Le lesioni alla regione orbitale sotto il lobo frontale (area della corteccia prefrontale) incidono significativamente sulla memoria a breve termine per quanto riguarda le informazioni sulla ricompensa, sulla valutazione di ciò che può essere conveniente o meno in un certo momento e le cellule in questa area si mostrano particolarmente sensibili agli stimoli che inducono ricompensa oppure punizione. Lesioni frontali orbitali hanno come effetto una certa imperturbabilità verso le indicazioni sociali ed emotive e potrebbe portare anche a delle condotte sociopatiche. A questa area arrivano segnali dai sistemi predisposti all’elaborazione sensoriale e dalle loro rispettive memorie transito. La corteccia frontale orbitale è anche strettamente connessa all’amigdala e alla regione anteriore cingolata, inoltre essa è il punto di congiunzione grazie al quale, nell’ambito della memoria di lavoro, il processamento emozionale a carico dell’amigdala, può intrecciarsi all’informazione che è in fase di elaborazione in altre regioni della neocorteccia. [27] 

Quindi, in sintesi, abbiamo:

1) un sistema specializzato nelle emozioni, che riceve segnali e produce delle reazioni autonome di tipo ormonale e comportamentale;

2) delle memorie transitorie corticali mantengono informazioni sugli stimoli presenti;

3) un sistema esecutivo della memoria di lavoro che supervisiona le memorie transitorie e che attinge dalla memoria a lungo termine le informazioni e da un certo valore al contenuto delle memorie transitorie a partire dai ricordi a lungo termine;

4) una certa eccitazione corticale;

5) la retroazione del corpo;

6) le informazioni somatiche e viscerali che ritornano al cervello durante un’azione di risposta emotiva.

Il funzionamento sincrono di tutto ciò produrrebbe, secondo LeDoux, un’esperienza emotiva cosciente.

I sentimenti, cioè l’esperienza cosciente dell’emozione, il sentirla, dipende anche dal linguaggio che usiamo per descriverla.

Secondo LeDoux il “potere” che l’amigdala può avere sulla corteccia, la parte alta del cervello, è superiore a quello che questa ultima può avere sull’amigdala. L’esperienza emotiva è in grado di dominare e controllare il pensiero. I processi ideativi sono in grado di mettere in moto le nostre emozioni, proprio grazie all’amigdala, viceversa, la nostra capacità di “spegnere l’amigdala” è pressoché scarsa secondo LeDoux («serve a ben poco ripetersi di smettere di essere ansiosi o depressi»). Tuttavia, secondo lui, le connessioni tra corteccia ed amigdala sarebbero maggiori nei primati rispetto agli altri animali e dunque, probabilmente esse continueranno ad espandersi col tempo e forse la corteccia avrà un sempre maggiore controllo dell’amigdala e dunque di quelle emozioni in grado di «sequestrarci».

L’amigdala, dunque, reagisce (inconsapevolmente, contro la nostra volontà) a determinati segnali assegnando loro un certo valore emotivo e le interconnessioni che ha con l’ippocampo (dove risiedono le memorie personali implicite) rendono ogni emozione collocabile, iscritta, per dir così, nella storia individuale, nell’esperienza singolare ed irripetibile di ciascuno di noi.

Uno stimolo acustico, per esempio, attraverso i recettori cocleari passa dal tronco encefalico per arrivare al talamo uditivo e alla parte mediale del corpo genicolato e al nucleo intralaminare posteriore che proietta il segnale all’amigdala, mediante due percorsi differenziati, il primo, via monosinaptica diretta, il secondo, attraverso la corteccia uditiva, percorso indiretto.

Il talamo, ovviamente, fornisce informazioni rapidamente ma in maniera meno dettagliata, diversamente dai segnali provenienti dalle aree corticali, che sono più raffinati e precisi.

L’attenzione selettiva è un meccanismo che consente la selezione degli stimoli sensoriali salienti rispetto ad un «dato obiettivo» e pertanto essa orienta le nostre scelte comportamentali impegnando determinate risorse convogliate principalmente sugli stimoli finalizzati ad un certo compito, stimoli per certi versi attesi, pre-rappresentati con concomitante disinvestimento su quei stimoli inattesi.

Gli stimoli concorrenti a quelli attesi sono percepiti in modo meno dettagliato e possono anche essere ignorati e pertanto non essere oggetto di consapevolezza. Quindi, il segnale viene filtrato dall’attenzione e un segnale di pericolo, per esempio, inatteso, fuori dal focus attentivo, riceverebbe una rappresentazione corticale inaccurata, con degli effetti negativi per la propria sopravvivenza o incoluminità. Ma ciò non accadrebbe o accadrebbe raramente, infatti anche se un certo segnale di pericolo sarebbe fuori dalla portata della nostra attenzione, la rilevanza emozionale passerebbe in primo piano, cioè quel segnale verrebbe processato nonostante esso non rientri nel campo focale della nostra attenzione. Ciò lascerebbe supporre l’esistenza di un meccanismo che monitora continuamente il mondo circostante, alla ricerca di segnali significativi indipendentemente dalla focalizzazione attenzionale.

Il percorso diretto talamo-amigdala per certi versi è relativamente coinvolto nel processo di modulazione attenzionale a differenza di quello dalla neocorteccia all’amigdala (percorso indiretto). In questo senso, i segnali che arrivano dalle aree sottocorticali all’amigdala possono rappresentare un sentiero dissociato dall’attenzione, proprio per assurgere alla funzione di individuare segnali significativi, come quelli di pericolo, nell’ambiente circostante. Il talamo, inoltre sembra avere un ruolo importante nell’interrompere il monitoraggio attenzionale proprio per consentire l’individuazione dei segnali irrilevanti per il compito che si sta svolgendo ma rilevanti per la propria sopravvivenza.

Il «sequestro attenzionale» posto in essere dalle reazioni emozionali avverrebbe attraverso la mediazione della rete attenzionale delle aree frontali-parietali grazie, ovviamente, all’azione dell’amigdala. Tanti sono gli studi che avallano l’ipotesi che gli stimoli (in particolare quelli negativi) che comportano una reazione emozionale (racconti, parole, immagini) vengono ricordati con maggiore facilità rispetto a quelli che hanno uno scarso valore emozionale. Ma oltre alle reazioni emozionali, ampio è il dibattito sull’ipotesi che l’amigdala sia coinvolta anche nel recupero dei ricordi emozionali immagazzinati. Alcune ricerche addirittura si spingono a sostenere che l’amigdala possa essere il magazzino (anche se forse non l’unico) per i ricordi emozionali.

Altri studi invece sembrano porre l’accento sull’amigdala non tanto come archivio emozionale ma piuttosto come strumento di modulazione della memoria rispetto agli stimoli emozionali. Cioè l’amigdala entrerebbe in gioco soprattutto nel momento della modulazione, mentre avviene cioè la codificazione e la stabilizzazione dei ricordi, ma non nel momento dell’archiviazione o recupero.

Altri studi invece propongono che l’attivazione dell’amigdala durante un’esperienza di paura rappresenti la traccia mnestica emozionale e pertanto in tal senso sarebbe coinvolta anche nell’archiviazione del ricordo e nel suo recupero nella memoria emozionale. Secondo questa ipotesi, dunque, i ricordi emozionali sarebbero diversi rispetto agli altri: essi sarebbero sempre più vivi e potrebbero essere rievocati con maggiore facilità e sarebbero anche più durevoli.


[1] Ansermet F. e Magistretti P., A ciascuno il suo cervello – Plasticità neurale e inconscio, Bollati Boringhieri, 2008, Torino, p. 6.

[2] Ibid.

[3] F. Ansermet e P. Magistretti, A ciascuno il suo cervello…, op. cit., p. 74

[4] Le strategie attraverso le quali gestiamo le situazioni di pericolo sono: evitare il pericolo, aggredire per difenderci, sottometterci. Hans Selye (Selye, H., The stress of life, Mc. Graw-Hill, New York, 1956) propone degli step progressivi di reazione ad una situazione di improvviso stress. Nella prima fase abbiamo l’allarme di fronte ad una situazione di pericolo che intacca le capacità di controllo, automaticamente si attiva il sistema simpatico mentre i sensi (vista, udito, tatto…) avverte il pericolo. Le informazioni sensoriali arrivano al cervello che si attiva per le risposte. Il tono muscolare aumenta per essere pronti alla fuga, le spalle e il collo diventano più rigidi, aumenta la sudorazione per raffreddare i muscoli (sistema nervoso simpatico). In procinto di dover affrontare lo sforzo e per poter inviare più sangue, il cuore batte più forte e le arterie si contraggono, la pressione sanguigna aumenta. Si diventa più pallidi e il sangue viene convogliato all’interno dell’organismo per mantenere in allerta i muscoli necessari per la fuga e gli organi vitali. I piedi e le mani diventano freddi, si respira affannosamente e ci sono palpitazioni. Il cortisolo prodotto dai surreni libera il glucosio mediante il glucagone prodotto dal pancreas nel sangue per dare più nutrimento al cuore, al cervello e ai muscoli. I surreni generano il cortisolo come scudo per le reazioni allergiche. Per far sì che nei muscoli arrivi più sangue diminuisce la funzione e l’irrorazione del sistema digerente. Il sistema di coagulazione incrementa le sue attività per rendere più efficace la rimarginazione di eventuali ferite, i globuli bianchi e i globuli rossi aumentano, rispettivamente per proteggere dalle infezioni e per trasportare più ossigeno nel sangue. Tutto questo accade mentre il cervello per sostenere l’organismo rilascia endorfine che hanno la funzione di fermare il dolore come analgesico, alcuni ormoni attivano il metabolismo per avere maggiore energia a disposizione, le pupille si dilatano per poter vedere più dettagli possibili e per poter vedere anche di notte, l’udito diventa più performante, la respirazione è più profonda e i bronchi si dilatano così il corpo è più ossigenato. La rabbia che rende pronti per la lotta comporta che al torace superiore e alla testa affluisca più sangue ed aumenta una condizione di irrigidimento mentre il volto diventa rosso. La paura che invece prepara per la fuga comporta che il sangue defluisce dalla testa e dal torace mentre il viso diventa pallido e le gambe pronte per correre. Quando percepiamo un pericolo lo stomaco si irrigidisce, aumenta la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa, sudano mani e piedi, si asciuga la saliva. Come ricordavamo prima, l’amigdala ha la funzione di “valutare” il significato emozionale di un evento, sarebbe una sorta di database emozionale dove sono archiviati i significati di alcuni segnali. Quelli provenienti dagli organi di senso fanno sì che l’amigdala possa analizzare ogni esperienza a mo’ di guardiano che monitora ogni percezione valutandone il valore di pericolo: è come se si facesse delle domande, interpretasse la realtà. I sistemi di memoria si rimodulano attraverso una logica della “priorità”: si dà precedenza assoluta alla situazione di pericolo contingente. Tutte le connessioni neurali sono “sequestrate” dall’amigdala e tutto il resto passa in secondo piano. Come è noto, il talamo si connette in modo diretto (senza altri passaggi) con l’amigdala. Ciò fa sì che un segnale possa produrre una risposte di paura senza che la corteccia entri minimamente in gioco. Il nucleo centrale dell’amigdala, per esempio si connette con le aree del bulbo (midollo allungato) coinvolte nella regolazione della frequenza cardiaca e di altre reazioni tipiche del sistema nervoso autonomo. Le lesioni al nucleo centrale inibiscono tutte le risposte neurovegetative, le lesione degli altri percorsi neurali invece incidono solo su specifiche reazioni. Il nucleo laterale, insieme con quello centrale, sono fondamentali per le reazioni di paura. La zona mediale dell’amigdala sembra essere importante per le sensazioni spiacevoli mentre quella laterale per quelle piacevoli. La connessione diretta talamo-amigdala è possibile senza il coinvolgimento della neocorteccia. Tuttavia, il talamo è anche collegato alla corteccia. I neuroni uditivi del talamo che proiettano alla corteccia uditiva primaria reagiscono solo a certi segnali, sono, per dir così più raffinati. Le aree talamiche che proiettano all’amigdala invece rispondono ad una varietà molto più ampia di segnali e offrendo all’amigdala una rappresentazione grezza e poco precisa dello stimolo. L’asse talamo-amigdala si caratterizza per un’elaborazione molto veloce ma allo stesso tempo imprecisa utile per reagire davanti a stimoli pericolosi anche se non si “sa” esattamente che tipo di stimoli siano. In questa “strada bassa” il segnale raggiunge l’amigdala direttamente dal talamo, nella “strada alta” invece i segnali dal talamo arrivano alla corteccia e dalla corteccia all’amigdala. Il tragitto talamo-amigdala si sostanzia in un unico collegamento, mentre quello corteccia-amigdala ne comporta diversi ed ognuno di essi necessita di più tempo. La “strada bassa” ci informa rapidamente che c’è una minaccia. La “strada alta” si caratterizza per le rappresentazioni più precise e dettagliate. Entrambe le strade confluiscono successivamente nel nucleo laterale dell’amigdala, dal quale, le informazioni, mediante sentieri interni dell’amigdala, possono raggiungere il nucleo centrale che dà il via ad una serie di reazioni fisiologiche incontrollabili. Il talamo, quindi, effettua una prima elaborazione di uno stimolo ed invia celermente informazioni grezze, prototipiche, imprecise direttamente all’amigdala, questa prima lettura dello stimolo consente una possibile risposta al pericolo. Contemporaneamente, un’altra parte del talamo (in grado di codificare con maggior precisione lo stimolo) invia informazioni più raffinate alla corteccia. Se ipotizziamo che lo stimo è visivo, allora, la corteccia visiva produce, in questo caso, una rappresentazione accurata dello stimolo. Il risultato di tale elaborazione arriva all’amigdala che può “raffreddare” la percezione del pericolo. La ricerca ha dimostrato che per la fobia sociale si è rilevato un incremento dell’attività dell’amigdala principalmente nella sua parte destra. Il livello di attivazione si mostra direttamente proporzionale alla importanza della sintomatologia (Cooney RE, Atlas LY, Joormann J, et al. Amygdala activation in the processing of neutral faces in social anxiety disorder: Is neutral really neutral? Psychiatry Res. 2006;148:55–9). L’amigdala, nei casi di fobia, influenza negativamente l’elaborazione dello stimolo fobico, provocando errori nella valutazione che generano una risposta ansiosa. Tale ipotesi sembra confermata anche dall’anomalia dei potenziali evocati a carico delle aree visive ed associative (Miltner WHR, Trippe RH, Krieschel S, Gutberlet I, Hecht H, Weiss T. Event-related brain potentials and affective responses to threat in spider/snake-phobic and non-phobic subjects. International Journal of Psychophysiology 2005;57:43-52.; Kolassa, I.-T., & Miltner, W. H. R. (2006). Psychophysiological correlates of face processing in social phobia. Brain Research, 1118(1), 130-141.; Goossens L, Sunaert S, Peeters R, et al.: Amygdala hyperfunction in probi fear normalizes after exposure. Biol Psychiatry 62:1119-1123, 2007). Nei fobici vi è una massiccia attivazione delle parti sinistre dell’amigdala, insula e giro del cingolo e della corteccia prefrontale dorsomediale in quando ci sono stimoli fobici. È stato inoltre dimostrato una decremento dell’attività nella corteccia prefrontale mediale, che indica, nei soggetti fobici, un ridotto controllo cognitivo delle emozioni. Le risposte fisiologiche e comportamentali (es. incremento della frequenza cardiaca e del respiro) emergono prima dell’esperienza di sentire la paura. C’è una distanza tra reazione somatica e coscienza. Un segnale provocato da un fatto (interno o esterno) raggiunge il talamo e, da un lato arriva direttamente all’amigdala, dall’altro, indirettamente, passando dalla corteccia, arriva all’amigdala. La prima via è “rapida e sporca”, cioè, implica una risposta rapidissima anche se lo stimolo è stato solo approssimativamente identificato, cioè la sua rappresentazione è fondamentalmente inaccurata (es. un ombra che sembra una minaccia). In questo caso le risposte non passano dalla corteccia cerebrale.

[5] F. Ansermet e P. Magistretti, A ciascuno il suo cervello…, op. cit., pp 75-76.

[6] Ibid.

[7] F. Ansermet e P. Magistretti, A ciascuno il suo cervello…, op. cit., pp 77.

[8] Damasio A. R., Descartes Error. Emotion, Reason, and the Human Brain, Putnam, New York.

[9] Che ovviamente si contrappongono alla cosiddette “vie esterocettive”: sistema visivo, uditivo o olfattivo, che veicolano il mondo esterno.

[10] L’insula è ubicata sulla superficie laterale del cervello, all’interno del solco laterale, che suddivide il lobo temporale dalla corteccia parietale inferiore. Essa riceve diverse informazioni corticali e talamiche. La porzione anteriore dell’insula è connessa con i nuclei ventro-mediali del talamo e con il nucleo centrale dell’amigdala. La porzione posteriore è in reciproca connessione con la corteccia somatosensoriale secondaria, col nucleo ventrale infero-posteriore del talamo e con la porzione posteriore del nucleo ventro-mediale del talamo. L’insula ha un ruolo importantissimo nell’elaborazione dell’esperienza emozionale soggettiva:  è coinvolta negli aspetti valutativi dei processi emotivi internamente originati. Evidenze sperimentale fanno ritenere che essa abbia una funzione rilevante nel processo di mappatura degli stati viscerali connessi alle esperienze emotive. Inoltre l’insula parteciperebbe alla valutazione della valenza delle sensazioni enterocettive emozionali, in modo tale da ricoprire il ruolo di dispositivo di allarme per i pericoli avvertiti internamente o ingenerati da variazioni omeostatiche. Questa ipotesi sembra avallata dal fatto che l’attivazione insulare incrementi una risposta a tutti quegli stimoli negativi in grado di richiamare sensazioni viscerali e somatiche.

[11] LeDoux, J.E., Behavioral  and  Brain  Research  58,  nel  1993, articolo “Emotional Memory Systems in the Brain”.

[12] LeDoux, J.E., Emotional memory systems in the brain, Behavioral Brain Ressearch, n.58, 1993. Vedi anche LeDoux, J.E., Farb, C.F., e Ruggiero, D.A., Topographic organization of neurons in the acoustic thalamus that project to the amygdala, Journal of Neuroscience, n.10, 1990.

[13] LeDoux J.E., Cicchetti P., Xagoraris A. e Romansky L.M., The lateral amygdaloid nucleus: Sensory interface of the amygdala in fear conditioning, Journal of Neuroscience, n.10, 1990.

[14] Gazzaniga & LeDoux, The integrated mind, Plenum Press, New York, 1978.

[15] Gazzaniga M.S., Il cervello sociale: alla scoperta dei circuiti della mente, Giunti, Firenze, 1989.

[16] Ibidem.

[17] Bucci, W., Psicoanalisi e scienza cognitiva: una teoria del codice multiplo, Giovanni Fioriti, Roma, 1999.

[18] Ramachandan, V.C., Phantoms in the Brain, HarperCollins, New York, 1999.

[19] Prigatano G. and Schacter D. (eds) Awareness of Deficit After Brain Injury: Clinical and Theoretical Issues. 1991, Oxford: Oxford University Press. Amador X.F., David A.S. (2004) Insight and Psychosis: Awareness of Illness in Schizophrenia and Related Disorders (2nd ed). Oxford: Oxford University Press. Berti A, Bottini G, Gandola M, Pia L, Smania N, Stracciari A, Castiglioni I, Vallar G & Paulesu E. (2005). Shared Cortical Anatomy for Motor Awareness and Motor Control. Science, 309(5733): 488-491. Pia L, Neppi-Mòdona M, Ricci R & Berti A (2004). The anatomy of anosognosia for hemiplegia: a metanalysis. Cortex; 40(2): 367-377.

[20] LeDoux J., Il cervello emotivo, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2003., p. 171.

[21] Ivi, p. 180-181.

[22] Quando facciamo l’esperienza di un evento traumatico, non è solo l’evento principale ad essere associato al trauma (per esempio l’auto che ci viene incontro) ma anche altri stimoli che «allestivano» il contesto dell’evento traumatico (la strada, il tipo di automobile, la luce forte del sole…) il contesto può diventare fonte di scatenamento della paura: se ripercorriamo quella strada, con quella luce…. Il contesto è formato da un insieme di stimoli. È l’ippocampo ad intervenire nelle risposte di paura rispetto al contesto, esso crea una sua rappresentazione, infatti una sua lesione cancella le reazioni di paura prodotte dagli stimoli contestuali (ad esempio la strada in cui è avvenuto l’incidente) senza attenuare invece l’eventuale risposta dovuta allo stimolo traumatico (auto che mi viene incontro), cioè, ripercorro il luogo dove è avvenuto l’incidente e non ho paura, ma se un’auto mi viene incontro potrei provare paura. Una lesione all’amigdala invece incide sia sulla valutazione del contesto (insieme di stimoli) sia sullo stimolo (singolo) condizionante per la paura. Infatti l’amigdala riceve informazioni sia dalle regioni del talamo specializzate nell’elaborare segnali provenienti da uno dei sensi, sia informazioni provenienti dalle aree della corteccia specializzate nell’elaborazione di informazioni provenienti da uno dei sensi, sia informazioni più generali, contestuali, provenienti dall’ippocampo. Ecco perché l’amigdala attribuisce un certo valore emotivo sia gli singoli stimoli che alle situazioni più articolate e complesse. L’amigdala, quindi è fondamentale per l’attribuzione del valore emotivo agli stimoli provenienti dall’esterno, l’ippocampo, invece, ha un ruolo decisivo nello stabilire il contesto. In particolare è fondamentale nelle funzioni di apprendimento e di memoria, condizionate dalle indicazioni spaziali, formando cioè delle rappresentazioni spaziali che strutturano il contesto in cui collocare i ricordi, contesto che dà valenza autobiografica al ricordo, fornendo loro una cornice spaziale e temporale. Il controllo dei ricordi passano un po’ alla volta dall’ippocampo alla corteccia dove restano anche per tutta la vita. Una lesione all’ippocampo non compromette i ricordi acquisiti prima della lesione, tuttavia non consente più di memorizzarne nuovi, si perde cioè la capacità di apprendere cose nuove, di ricordare le esperienze.  La memoria implicita e quella esplicita lavorano in parallelo nelle situazioni traumatiche, cioè durante il trauma, si attivano entrambi i sistemi. Grazie all’ippocampo ricordiamo cosa stavamo facendo con chi eravamo durante l’esperienza traumatica, ma anche il fatto in quanto tale. L’amigdala fa sì che gli stimoli generino un aumento della pressione del sangue, la tensione muscolare, incremento del battito cardiaco, variazioni ormonali, varie risposte fisiologiche e cerebrali.

Non riusciamo ad avere ricordi dei primi tre anni di vita, ciò sembra essere dovuto al fatto che l’ippocampo, per essere pienamente funzionale, richiede un periodo più lungo di maturazione, le sue cellule devono maturare e connettersi con quelle delle altre aree. Anche con la neocorteccia accade la stessa cosa. L’amigdala, invece, matura molto velocemente e già alla nascita è molto più avanti nello sviluppo. Tra i sette e i dodici mesi gli infanti mostrano paura in presenza di estranei e la loro capacità di regolarsi si basa sull’interpretazione dell’espressione facciale del genitore rispetto ad eventuali situazioni pericolose, l’amigdala, la corteccia prefrontale e l’ipotalamo maturano a livello funzionale. Dal nono mese inizia la maturazione della corteccia adibita alle cosiddette funzioni superiori (linguaggio, interpretazione, lettura, scrittura).

I ricordi inconsci di esperienze traumatiche, formatisi attraverso l’amigdala, che si sviluppa prima dell’ippocampo, seppur non accessibili coscientemente possono influenzare in modo permanente la vita di una persona. L’adrenalina è un ormone prodotto dalle ghiandole surrenali. Se essa viene rilasciata durante una certa esperienza, quest’ultima generalmente viene ricordata con maggiore precisione, quindi quando c’è una certa attivazione emozionale (es. paura), con conseguente rilascio di adrenalina, la memoria dichiarativa (esplicita) dovrebbe avere più presa rispetto a quando non c’è il rilascio. Quando l’amigdala intercetta uno stimolo negativo emotivamente rilevante, un segnale di pericolo, attiva una serie di processi fisiologici che coinvolgono anche il sistema nervoso autonomo che stimola le ghiandole surrenali per il rilascio di adrenalina nel sangue. L’adrenalina agisce (indirettamente, in quanto non riesce a passare la barriera emato-encefalica) sul cervello, essa è in grado di favorire la diminuzione della circolazione di sangue nel tratto digerente, aumentare l’irrorazione della muscolatura scheletrica per fari sì che ogni cellula muscolare abbia a disposizione più energia, diminuire il rifornimento di sangue per la parte anteriore della corteccia (l’area che sarebbe responsabile del pensiero cosciente, potremmo dire dell’intelletto), area che quindi lavora di meno. Quindi, più lo stress aumenta, più tali aree lavorano peggio. La parte più primitiva del cervello prendere il controllo, anche perché, nelle situazioni di forte stress, la sopravvivenza fisica diventa la priorità primaria. Come è noto, i ricordi espliciti (consapevoli) non sono delle copie dell’esperienza che li ha generate ma sono delle ricostruzioni di quella esperienza. Nel momento in cui richiamiamo alla memoria il ricordo di una esperienza questa viene ricostruita, ristrutturata anche in base alle condizioni in cui ci troviamo in quel dato momento, ci facciamo cioè, uno “schema” che include anche credenze, pregiudizi e aspettative. L’apprendimento fatto in un determinato stato o situazione, si ricorda di solito meglio quando ci troviamo di nuovo in quello stato e in quella situazione. Tutto ciò risulta evidente quando abbiamo l’umore che vacilla dove emergono con molto più facilità i ricordi sgradevoli, differentemente da quando siamo di buonumore. Se da un lato i circuiti ippocampali, connessioni densamente con la neocorteccia, favoriscono la creazione di ricordi più articolati e strutturati a partire dalle categorie dello spazio e del tempo, dall’altro lato l’amigdala attiva principalmente risposte di sopravvivenza.

La modalità di apprendimento o di memorizzazione dell’amigdala sembra orientata a limitare il tempo di riflessione spingendoci di fatto verso un’azione. A questo proposito torna utile analizzare le interazioni che avvengono tra l’amigdala, l’ippocampo e i cosiddetti “ormoni dello stress” che sono gli ormoni steroidei (cortisolo) prodotti anch’essi dalle ghiandole surrenali: triangolazione amigdala, ippocampo e ormoni steroidei (conosciuti come ormoni dello stress, per intenderci, il cortisolo) prodotti dalle ghiandole surrenali. Se ci troviamo in una situazione di pericolo il segnale arriva direttamente all’amigdala che invia una sequenza di messaggi all’ipotalamo, che a sua volta ne invia altri all’ipofisi il quale rilascia  ormone corticotropo (ACTH) che arriva alle ghiandole surrenali che producono e secernono ormoni steroidei che (diversamente da quello che accade con l’adrenalina) arrivano anche al cervello, oltre che ai i tessuti del corpo, cioè si connettono ai recettori dell’ippocampo, dell’amigdala, dell’area prefrontale della corteccia e di altre regioni. I recettori ippocampali per gli steroidi appartengono al sistema che partecipa alla regolazione della quantità di ormoni steroidei messa in circolo. Gli ormoni steroidei legandosi ai recettori dell’ippocampo fanno partire dei messaggi diretti all’ipotalamo affinché sia sollecitato ad avvertire l’ipofisi (che agendo sulle ghiandole surrenali) inibisce la produzione degli ormoni. Questo schema è noto come “meccanismo a feedback (o retroazione) negativo”. L’amigdala, dal canto suo, nella stessa situazione di stress, manda “messaggi” all’ipotalamo per “comunicargli” di incrementare la produzione di ormoni. L’ippocampo fa il contrario. Dopo numerosi passaggi all’interno di questo circuito, nel sangue si raggiunge una certa concentrazione di ormoni, più consona alla situazione, tuttavia, se l’esperienza di stress si prolunga per troppo tempo, l’ippocampo non riesce più a bilanciare con precisione il rilascio degli ormoni o a svolgere le sue operazioni di routine. Per esempio diventa difficile apprendere e ricordare certi comportamenti che in situazione non stressanti verrebbero facilmente assimilate e che dipendono dall’ippocampo. Un’esperienza molto stressante (seppur temporanea e circoscritta) può danneggiare (atrofizzare, sfibrare) i dendriti (parte del neurone che ricevono per primi il messaggio) dei neuroni presenti nell’ippocampo (neuroni che svolgono un ruolo cruciale nella prima parte della formazione dei ricordi). Se lo stress dura troppo a lungo, i neuroni dell’ippocampo possono degenerare e si può andare incontro ad una perdita permanente della memoria.

È stato dimostrato che nei sopravvissuti a traumi importanti l’ippocampo si presenta significativamente rimpicciolito nelle dimensioni (es. bambini vittime di maltrattamenti ripetuti o vittime della guerra). In tali soggetti emerge una evidente compromissione della memoria, anche se l’intelligenza e le capacità cognitive risultano preservate.

Durante un’esperienza stressante gli ormoni steroidi prodotti dalle ghiandole surrenali sembrano incidere sulle trasformazioni fisiche dell’ippocampo e dunque essere decisivi per i problemi di memoria conseguenti. Quindi, uno stress leggero, può migliorare la memorizzazione grazie all’azione dell’adrenalina (vedi nota 50), ma uno stress forte e duraturo può incrementare la quantità di steroidi surrenali al punto tale da che questi finiscono per ledere l’ippocampo, come può accadere, per esempio, in un incidente automobilistico dove si possono anche perdere i ricordi rispetto all’incidente stesso. Se l’incidente è particolarmente traumatizzante l’ippocampo può anche non essere in grado di formare il ricordo dell’accaduto, in questo caso non sarà possibile rievocare il ricordo coscientemente perché non si neanche formato. Se invece è stato solo tangenzialmente colpito dagli effetti del trauma, potrà contribuire, seppur limitatamente ed in modo confuso e frammentario, alla formazione di un ricordo. In questo caso sono possibili solo delle ricostruzioni parziali e spezzettate dell’evento.

L’amigdala, in tutto questo, nel suo funzionamento, non è scalfita invece dall’esperienza stressante e traumatica anzi, sembrerebbe addirittura migliorare le prestazioni.

I ricordi emozionali mediati dall’amigdala sembrano essere molto resistenti e difficilmente modificabili e i loro effetti possono perpetuarsi per tutta la vita.

Secondo alcuni studiosi, non sono ricordi rimossi, perché immagazzinati in sistemi della memoria non accessibili direttamente alla coscienza.

Se da un lato, un evento traumatico può essere deleterio per la memoria esplicita e può portare alla perdita del ricordo del trauma, dall’altro lo stress forte può intensificare i ricordi formati durante il trauma e le conseguenti reazioni emozionali.

Quindi paura per i luoghi troppo assolati e aperti può attenuarsi per molto tempo e ripresentarsi dopo un evento traumatico (un lutto, un incidente…).

L’incisività inarrestabile dell’amigdala sembra poter essere limitata solo dalla neocorteccia, ovvero dai i lobi prefrontali che lavorano affinché ci sia una reazione più adeguata alla situazione, cioè una risposta più analitica e modulata. Le informazioni sensoriali dal talamo raggiungono soprattutto la neocorteccia e non l’amigdala. Dei circuiti presenti nella neocorteccia registrano ed analizzano il segnale in entrata e grazie ai lobi prefrontali si organizza una reazione armonica. Se c’è una reazione emozionale incontrollata, i lobi prefrontali valutano quale risposta dare tra le possibili secondo la logica vantaggio/svantaggio (scappare, calmarsi, attaccare, far finta di essere sicuri, tergiversare…).

La neocorteccia è in gioco durante l’esperienza emozionale e non va considerata solamente come dispositivo di raffreddamento.

Ci sarebbe una sorta di “archivio emozionale” (amigdala) connesso con i lobi prefrontali, in tale archivio ci sono le emozioni avversative o quelle che indicano una qualche preferenza.

I lobi prefrontali possono condurre all’estinzione di una reazione esagerata ed inadeguata ma non alla cancellazione di questo archivio registrato nell’amigdala, possono monitorarlo o modulare la sua espressione.

I ricordi emozionali sembrano “inscritti” nel reale del corpo, nell’amigdala, con una specie di marcatura a fuoco nella carne, indelebile, che ci accompagna per sempre. La memoria di lavoro, invece, può essere rappresentata come un archivio temporaneo di varie informazioni che allo stesso tempo è in grado di mettere in relazione e a confronto queste ultime. Più o meno corrisponde a quella che precedentemente veniva chiamata memoria a breve termine, che conservava per un tempo limitato informazioni ma senza elaborazione (pensiero, ragionamento). I vari singoli faldoni che raccolgono le informazioni invece sono chiamate “memorie tampone”. Ciascun sistema sensoriale ha uno o più memorie tampone che accompagnano la percezione, rendendola più efficace perché consente di confrontare ciò che vede, sente o tocca con quello che ha visto, sentito o toccato un momento prima. Anche nel linguaggio ci sono memorie tampone che assistono la funzione del linguaggio rendendo possibile la conservazione della prima parte di una frase fintanto il nostro interlocutore non la conclude in modo tale da poterne capire il senso. Le memorie tampone lavorano in parallelo, ognuna è indipendente dall’altra e sono tutte specializzate. L’informazione stazione per un tempo determinato nelle memorie tampone specializzate e un certo numero di funzioni esecutive monitorano le varie operazioni effettuate con quella informazione.  Si viene così a creare uno spazio di lavoro polifunzionale a partire da un numero finito di informazioni per le quali la memoria di lavoro può fare confronti, mettere in relazione la conformazione estetica di un oggetto, gli odori, i suoni e abbinare a questo, per esempio, il suo nome. La materia della memoria di lavoro è strettamente correlata con la memoria a lungo termine, cioè, qualsiasi informazione (es. un suono) conservato nelle memorie tampone uditive, deve essere fatto coincidere con le informazioni depositate rispetto alle esperienze passate con suoni simili. La memoria lungo termine influenza pertanto la nostra percezione. La memoria di lavoro rende possibile la lettura, fare calcoli mentali e così via.  È la corteccia prefrontale ad avere un ruolo fondamentale nel funzionamento della memoria di lavoro. Come abbiamo vista sopra, la corteccia prefrontale mediale funge da “estintore” della memoria emozionale invece, quella laterale, interviene sui processi riconducibili alla memoria di lavoro. La corteccia prefrontale laterale sembra essere presente solo nei primati ed ovviamente è molto più sviluppata negli esseri umani e una sua lesione interferisce con la memoria di lavoro, indipendentemente dal tipo d’informazione. Anche la corteccia orbitale e quella anteriore cingolata si suppone siano coinvolte nelle funzioni della memoria di lavoro. L’amigdala riceve i segnali alla fine dell’elaborazione corticale dei sistemi sensoriali anche se invia segnali in ognuna di queste tappe, ha diverse connessioni con l’ippocampo e le aree che interagiscono con esso per l’immagazzinamento delle informazioni (memoria a lungo termine). Ha connessioni importanti con la corteccia anteriore cingolata e quella orbitale e più deboli con la corteccia prefrontale laterale (tutte e tre queste aree corticali fanno parte del circuito della memoria di lavoro).

Grazie a queste numerosi collegamenti l’amigdala risulta essere incisiva sulle informazioni presenti nella memoria di lavoro, sulle percezioni, sulle immagini mentali nonché sui processi di pensiero. [22]

A questo punto, possiamo sostenere l’ipotesi che tonalità affettiva e rappresentazione siano sempre presenti contemporaneamente? Seguendo l’ipotesi di Le Doux l’affettività si gioca sia nei circuiti cosiddetti sottocorticali, quelli non facilmente accessibili alla coscienza, che nei circuiti corticali, quelli coscienti. I circuiti sottocorticali si attivano in funzione di qualunque tipo di stimolo, producendo delle risposte che per certi versi sono geneticamente predeterminate. Una certa esperienza emozionale, per quanto non cosciente, è in grado di incidere sui meccanismi predisposti alla conservazione della vita, ovvero all’omeostasi dell’organismo. È necessario un processamento attraverso l’area corticale affinché l’ondata emozionale possa modularsi come esperienza cosciente.

Ogni complesso a tonalità affettiva, per usare un lessico di junghiana memoria, si mette in moto autonomamente, come reazione a qualunque stimolo e tanto più tal attivazione si gioca a livello cosciente tanto più prevarrà l’aspetto ideativo rispetto a quello emozionale.

Fonagy in tal senso parla di schemi emozionali per definire delle modalità rigide, prevedibili e difficilmente modificabili di reagire a livello emozionale, acquisite nei primissimi anni di vita, alla base della formazione del carattere. F. Alexander (Alexander F. La esperienza emozionale correttiva, traduzione dei capitoli 2, 4 e 17 del libro: Franz Alexander, Thomas M. French e collaboratori, Psychoanalytic Therapy: Principles and Application (New York: Ronald Press, 1946)[22], a sua volta introdusse il concetto di “esperienza emozionale correttiva” necessario per porre rimedio agli effetti traumatici di tali esperienze precoci.

La maturazione dell’ippocampo sarà la conditio sine qua non affinché tali schemi emozionali iscritti in veri e propri circuiti neurali abbiano il loro contesto esperienziale proprio della di una memoria dichiarativa.  Cioè tali schemi possono acquisire “valore informativo”, possono, significare qualcosa.

Per esempio, gli ormoni corticosteroidi, che vengono prodotto in grandi quantità nelle situazioni di stress e durante eventi traumatici, interferiscono pesantemente con il funzionamento dell’ippocampo. Il ricordo, quindi, formatosi in una situazione molto traumatica può non essere accessibile (alla memoria esplicita) proprio perché l’ippocampo viene inibito nella sua funzione.  Tuttavia, i corticosteroidi, non producono gli stessi effetti inibitori sull’amigdala e dunque, i ricordi emozionali dell’evento traumatico restano. Rispetto alla percezione consapevole dei propri stati emozionali (e quelli degli altri)  Fonagy parla di mentalizzazione (Fonagy P. (1998). Moment of change in psychoanalytic theory: discussion of a new theory of psychic change. Science, Vol. 19(3), 346-353 e Fonagy P. (1999). Memory and therapeutic action. International Journal of Psychoanalysis, 80, 215-223.)[22]. Altri autori sottolineano il valore cognitivo delle emozioni, per esempio Mayer e Salovey hanno introdotto il concetto di intelligenza emotiva (Mayer J.D., e Salovey, P. (1997), What is emotional intelligence? in P. Salovey and D.J. Sluyter, (Eds.), Emotional Development and Emotional Intelligence: Educational Implications, Basic Books, New York, pp. 3-34.)[22] per indicare la capacità di monitorare le emozioni proprie e quelle degli altri, sapendole differenziare e usare per pensare ed agire.

[23] Ivi, p 279.

[24] Se per il fenomeno dell’estinzione della memoria emotiva entra in gioco la corteccia prefrontale, nella memoria di lavoro, abbiamo la corteccia prefrontale laterale che funge un ruolo fondamentale. Cfr. ivi., p. 282)

[25] Ivi., p. 285)

[26] La corteccia cingolata è suddivisa in tre sottoregioni ognuna con una funzione diversa: rostrale (anteriore) coinvolta nelle emozioni, dorsale, coinvolta nella cognizione, caudale (posteriore), implicata nel controllo motorio. Il circuito del cingolato anteriore connette questa struttura con la corteccia orbitofrontale e con l’amigdala.Questa regione è implicata nella regolazione delle funzioni endocrine ed autonomiche ma è chiamata in causa anche nell’apprendimento emozionale condizionato e nella valutazione di contenuti motivazionali, nonché nella capacità di attribuire significato emotivo ad eventi esterni o interni.

I dati emersi dalle evidenze sperimentali sembrano dimostrare che la porzione rostrale del cingolo anteriore sia implicata nella valutazione della salienza delle informazioni di tipo motivazionali ed emozionali. Essa sarebbe anche coinvolta nei processi di mediazione dell’attivazione emozionale, principalmente quando l’informazione esterna è in opposizione con una condizione interna e richiede pertanto un ulteriore processamento. Inoltre l’attivazione di una porzione del cingolo anteriore (corteccia cingolata subcallosale) è associata all’emozione di tristezza. Per finire, l’evocazione indotta di un emozione attiva specificamente il cingolo anteriore. La funzione principale del circuito del cingolato anteriore quindi è quella di mediare il comportamento motivato. Nei casi di disfunzione quindi emerge una ridotta motivazione, mutismo acinetico, abulia, apatia, incontinenza, linguaggio monosillabico, assenza di iniziativa motoria e psichica, carenza di movimenti spontanei e di risposte emotive.

[27] LeDoux J., Il cervello emotivo, op. cit. p. 287-288.