La perdita

Freud in Inibizione sintomo e angoscia, nella fase conclusiva del suo ragionamento sull’angoscia, si interroga su quale sia la logica alla base del lutto, avendo sullo sfondo la questione del rapporto dell’angoscia con la perdita dell’oggetto. Questo ce lo ricorda Lacan nel Seminario X: “[Freud] manifesta il più grande imbarazzo nel definire come si possa comprendere il fatto che queste due funzioni [angoscia e lutto], alle quali egli dà lo stesso riferimento – la perdita dell’oggetto -, diano luogo a manifestazioni così  diverse.”[1]

L’assenza del lutto nella madre di Amleto ha fatto sì che in lui si spegnesse ogni slancio possibile di desiderio. Amleto è coraggioso, non indietreggia davanti al pericolo, tuttavia non riesce a fare ciò che egli è chiamato a fare, proprio perché gli manca il desiderio. “Il desiderio manca perché è crollato l’Ideale”[2]. Amleto idolatra il padre, proprio come fa Marco, lo venera come una divinità, e forse è proprio questo il segno di un affetto troppo forzato, troppo esagerato, sembra quasi un sentimento in forma d’amore cortese, ma, scrive Lacan, “quando si manifesta al di fuori del campo dei suoi riferimenti propriamente culturali e rituali, dove si rivolge ovviamente a qualcos’altro che non alla Dama, l’amore cortese è, al contrario, il segno di una certa carenza, di un certo alibi, di fronte ai difficili cammini che l’accesso a un amore veritiero implica”[3].

Il potere del desiderio esaurisce la sua forza proprio quando l’Ideale crolla. Il desiderio riprende a pulsare in Amleto solo quando sarà resuscitato dinnanzi all’incontro con un lutto vero, quello di Laerte per la propria sorella, oggetto d’amore dal quale Amleto si separa bruscamente, proprio per lo spegnimento del desiderio.

Come ho già ricordato sopra, secondo Freud, il soggetto del lutto deve consumare una seconda volta la perdita dell’oggetto amato, insistendo sull’importanza dei dettagli di tutto ciò che ha caratterizzato il rapporto con l’oggetto perduto. Per Lacan, il lavoro del lutto è un processo che mantiene e sostiene i dettagli del legame con il defunto, per elaborarli, ma lo scopo, è quello di “restaurare il legame con il vero oggetto della relazione, l’oggetto mascherato, l’oggetto a. Al quale, in seguito, potrà essere dato un sostituto che, in fin dei conti, non avrà maggiore importanza di chi ne ha occupato il posto in primo luogo.”[4]

Il lutto mantiene a livello immaginario quei legami attraverso i quali il desiderio resta sospeso non già verso l’oggetto a ma verso i(a). Ogni amore, che implica sempre una idealizzazione, si struttura narcisisticamente a partire proprio da questi legami tra desiderio e i(a).

Distinguendo l’oggetto a da i(a) si comprende meglio la differenza tra la malinconia e il lutto. In particolare Freud sottolinea come nella malinconia il processo di reversione della libido oggettuale sull’io del soggetto non riesce, dato che l’oggetto sovrasta la direzione del processo. L’oggetto trionfa sul soggetto. Non c’è, come nel lutto, il meccanismo del ritorno della libido. Nella melanconia abbiamo un oggetto a travestito dietro l’i(a) del narcisismo. E ciò, scrive Lacan, “implica necessariamente che il malinconico passi […] attraverso la propria immagini e attacchi in primo luogo questa per poter raggiungere, in essa l’oggetto a che lo trascende e il cui comando gli sfugge – e la cui caduta lo trascinerà nella precipitazione-suicidio, con l’automatismo, il meccanismo, il carattere necessario e fondamentalmente alienato con cui sapete che si realizzano i suicidi dei melanconici”[5].


[1] J. Lacan, Il seminario. Libro X…, op. cit., p. 365.

[2] J. Lacan, Il seminario. Libro X…, op. cit., p. 366.

[3] Ibidem.

[4] J. Lacan, Il seminario. Libro X…, op. cit., p. 367.

[5] Ibidem.