L’uomo (non-tutto) epidemiologico

Articolo pubblicato in Parole minori. La psicoanalisi e le nuove generazioni di N. Purgato (a cura di), Rosenberg & Sellier, Biblioteca di attualità lacaniana, 2017.

La prima cellula del desiderio

Aumenta vertiginosamente il numero di giovani che spezzano ogni legame sociale con la scuola, la famiglia, gli amici. Sono giovani che compromettono il loro futuro presi nel vortice della loro sofferenza psichica. Il tessuto sociale, sanitario pubblico non riesce più a dare un posto a loro che chiedono aiuto attraverso l’irrequietezza e i passaggi all’atto: sono ragazzi che si tagliano, che provano a togliersi la vita, che aggrediscono, distruggono, scappano, si agitano pericolosamente.

Come leggere ciò che si nasconde dietro a un ragazzo irrequieto, difficile, turbolento? È valido sostenere l’ipotesi che un ragazzo aggressivo in realtà vuole domandare, vuole essere riconosciuto, ma ha necessità di un posto e di un tempo per farlo? Un posto dove poter enunciare, prendere parola?

Se il cucciolo di essere vivente non umano, appena nato, riesce a stare in piedi, riesce a cercare da solo il latte della madre, il cucciolo di uomo, solo, privo dell’altro, vive una condizione di assoluta impotenza. È attraversato da sensazioni frammentate. Per esempio, quella della fame, è vissuta come un stato di tensione che cresce, momento dopo momento e alla quale viene associata inevitabilmente un valore affettivo di dispiacere, di dolore. Quella condizione di angoscia può essere attenuata solo da un’azione di qualcuno. Il cucciolo d’uomo, da solo, è impotente, è in balia dell’altro. Non è in grado di nutrirsi, non ha le capacità sensoriali e motorie per farlo. L’unica cosa che può fare, è gridare. L’altro (la madre o chi per essa) risponde al grido offrendogli un “seno” che lo nutre, sollevandolo dal bisogno. Il seno offre un “senso” a quel grido. Tra il grido e il sollievo indotto dall’azione dell’altro si forma un’associazione. L’associazione tra il grido e l’azione coincidono nel tempo, in una simultaneità. La risposta dell’altro umanizza il grido che altrimenti si disperderebbe nel nulla, lasciando cadere nell’abisso il cucciolo di uomo. La risposta trasforma il grido in una domanda d’aiuto: ho fame!

Il baratro dell’angoscia si esperisce quando ritorniamo a essere grido disperso nel nulla, un suono senza senso. È questo l’abisso dove rischiano di cadere i ragazzi turbolenti che stanno male.

Il grido è una prima cellula del desiderio, il grido è una domanda che, se tradotta, implica l’amore: chi sono? Cosa sono per te?”.

I nostri giovani pazienti non formulano una domanda, gridano attraverso le loro azioni distruttive. Sono i genitori in crisi perché non ce la fanno che domandano un aiuto. Sono i servizi sociali o quelli sanitari che domandano. Sono le scuole, che con le loro scarse risorse, le fragilità organizzative, la demotivazione, mollano la presa.

Come si ascolta un minore che apparentemente non vuole essere ascoltato?

Freud ha dimostrato che le antiche relazioni in cui un bambino è coinvolto, si ripresentano per il soggetto, a volte, facendolo ammalare. Il momento in cui si realizza questo ritorno del passato è l’adolescenza. Periodo in cui quelle antiche esperienze vengono a scontrarsi con le nuove strutture psichiche che nel frattempo hanno formato un primo nucleo di personalità, il miraggio di un io. Nell’adolescenza il soggetto deve coniugare il bambino di allora, con il giovane di adesso. La fatica di adeguare il passato con il presente genera una certa sofferenza che, per alcuni, diventa insostenibile: sono ragazzi che fanno fatica a venire a patti con il mondo, rifiutando non solo le regole, ma tutto ciò che il mondo può offrire loro.

Come si ascolta un adolescente che dice di non voler essere ascoltato? Come gli si dà un posto se lui rifiuta l’offerta? Come si accolgono le sue aggressioni, le provocazioni, le fughe? Come si crea un luogo in grado di aiutarlo a decifrare ciò che gli accade? Come si assume la posizione di un partner non troppo persecutorio ma allo stesso tempo in grado di aiutare a pacificare la pulsione autodistruttiva?

La parola del paziente

La psicoanalisi di Freud è nata con un urlo, quello della Signora Emmy Von N. che nel maggio del 1889 gridò «Stia zitto! Non parli! Non mi tocchi!»[1] ribellandosi alla pratica dell’ipnosi fondata sul potere esercitato dal medico sul paziente. La Signora Emmy Von N. chiede di poter parlare, di dare voce ai suoi sintomi. Il dottor Freud si trova con le spalle al muro ma accetta di ascoltarla, di dare uno spazio al suo racconto, alla sua storia, fatta di traumi non da debellare ma da simbolizzare in modo nuovo. Freud ha saputo non sapere favorendo l’emersione del sapere singolare del paziente.

Il sintomo, nella prospettiva psicoanalitica non è un deficit o una disfunzione che può essere guarita una volta per tutte, ma una risposta possibile all’enigma che si produce nell’incontro con il mistero della vita. Nel sintomo c’è una parte trattabile ed un’altra che è chiusa in sé stessa e che non si lascia trattare, di cui riusciamo tuttavia a dirne qualcosa giarandoci intorno. «Si voglia agente di guarigione, di formazione o di sondaggio, la psicoanalisi non ha che un medium: la parola del paziente. L’evidenzia del fatto non consente di trascurarlo. Ora, ogni parola chiama una risposta. […] non v’è parola senza risposta, anche se non incontra che silenzio, purché essa abbia un uditore, e che sta qui il cuore della sua funzione nell’analisi»[2].

In ognuno di noi c’è qualcuno che parla al nostro posto, c’è un altro che parla in me che non sono io. È questa, in estrema sintesi, la grandezza della scoperta di Freud. Questo altro è l’inconscio che è fatto di parola. Parola dell’altro che si ripete in modo automatico, che insiste, che ritorna. Siamo posseduti dalla parola. «Nella prospettiva freudiana, l’uomo è il soggetto preso e torturato dal linguaggio»[3].

Consuma e taci!

L’autorità della funzione paterna e del linguaggio, perdendo di valore, hanno contribuito all’aumento esponenziale dell’importanza dell’oggetto che oggi incarna una sorta di Super-Io (istanza freudiana che indica il valore morale e di legge). L’oggetto ha sempre più autorità su di noi.

Se il primissimo capitalismo si fondava sul valore del sacrificio di sé, oggi quell’etica della rinuncia è annullata dall’imperativo consumistico: il consumo di consumo, che può essere declinato con “consumo dunque sono” e che porta con sé il corollario “se non consumo non esisto”.

Oggi la psicoanalisi è chiamata a rispondere anche a quel malessere prodotto dall’incapacità degli oggetti di consumo di fornire quel completamento che gli spot pubblicitari promettono, ovvero ha la funzione di sostenere il soggetto nel suo sforzo di confrontarsi con il vuoto, con la mancanza.

“Consuma e taci!”, sembra essere questo l’imperativo che il consumismo propina.

Gli oggetti di consumo strutturano sempre di più i nostri legami e questo sta portando ad una sempre più crescente frammentazione identitaria e mercificazione dell’esistenza: anche l’uomo tende ad essere un “prodotto” seriale da vendere o acquistare. La dimensione sociale ed artigianale del lavoro si piega sempre di più all’arida logica della riproduzione seriale, dove il lavoro tende ad essere continuamente ridotto a procedura standardizzabile e anonima. Il gesto si trasforma in un’azione riproducibile meccanicamente, impersonale, che ha come obiettivo la velocità, la precisione utile e puntuale, senza approssimazioni o improvvisazioni, rigidamente determinati dagli schemi e dai protocolli aziendali o sanitari.

L’uomo oggetto delle analisi economiche

Il popolo come soggetto collettivo è l’insieme dei cittadini dello Stato. La popolazione invece è composta dagli uomini che vivono sul territorio statale anche senza essere cittadini. L’uomo non-cittadino, è l’uomo epidemiologico. L’uomo oggetto misurabile. Popolo e popolazione sono composti dagli stessi individui, considerati, ora come soggetti sovrani, ora come oggetti del calcolo statistico.

I dettami dell’economia, i calcoli, le cifre oggi strutturano le regole della matrice biopolitica, regole che, in alcuni frangenti, rischiano di prendere il sopravvento sul popolo come insieme di individui.

L’uomo epidemiologico è azione, comportamento. Comportamenti e azioni specifiche che si susseguono, l’una dopo l’altra, senza che nessuno le padroneggi. Manca il soggetto. Mancano le sue parole, le contingenze, unicità della sua storia.

L’uomo, oggetto delle analisi economiche, è un uomo comportamentale, frammentato nelle sue azioni, sulle quali è possibile applicare dei modelli matematici per ricercare delle regolarità. È questa la de-soggettivazione operata da quella che, forzando un po’, potremmo chiamare “l’ideologia della cifra”. Anche il benessere psichico è divenuto misurabile e per questo valutabile in termini comportamentali.

Scienza senza soggetto?

Le politiche di governance clinica tendono a una standardizzazione che non sempre lascia spazio al paziente come soggetto e alla sua parola, privilegiando la dimensione della misurazione e della valutazione.

Questa tendenza ha avuto origine, come ci ricorda Lacan, quando l’uomo ha iniziato a pensare che «il grande orologio della natura giri da solo, e continui a segnare l’ora anche quando non si è lì […]. L’ordine della scienza dipende da questo, che da celebrante della natura l’uomo è divenuto colui che la serve. Non la governerà che obbedendole. E come lo schiavo, egli tenta di ridurre il padrone alle sue dipendenze, servendolo bene»[4].

La scienza è una risposta possibile all’impossibile a dirsi, al fuori senso che emerge nelle crisi adolescenziali, per esempio, crisi che angosciano le famiglie, i vicini di casa, i professori, i curanti.

La scienza oggi è, come è giusto che sia, alla base dell’assetto generale delle politiche clinico-istituzionali fondate sul sapere statistico. Sapere che è diventato, oltre che legge, ideale di perfezione. Questa idealizzazione non è da addebitare alla scienza, ma all’uso che se ne fa, ovvero alla politica. Una politica apparentemente democratica perché sono le cifre a sostenerla, le statistiche, non gli uomini. La media è impersonale, invisibile, è il prodotto delle combinazioni dei comportamenti e delle proprietà degli individui: «ci si può ribellare contro la legge […] ma non si può farlo contro la media […] Tuttavia […] decidere di conformarsi alla norma, di fare della norma una legge, è una scelta politica»[5].

La medicina basata sulle prove di efficacia si fonda sulle stime matematiche del rischio benefici/danni e in base a queste stime si prendono decisioni cliniche, si formulano diagnosi e si gestiscono pazienti. L’idea di fondo è che ci sia un sapere già iscritto da sempre nel reale (es. geni, neuroni…), un sapere che deve solo essere decifrato, calcolato e governato.

Noi tutti terapeuti sul campo incoraggiamo la ricerca scientifica e siamo entusiasti quando i risultati ci aiutano a migliorare il nostro lavoro clinico. Tuttavia non è sempre facile (a volte è quasi impossibile) declinare i risultati delle ricerche in azioni terapeutico-riabilitative, anche perché l’azione clinica consta di molti aspetti non prevedibili che si giocano nella contingenza dell’incontro con il paziente e che riguardano aspetti non-terapeutici tout-court che incidono sui risultati clinici.[6]

Fabbricare un sintomo

Il cuore palpitante del sintomo, la parte distruttiva fa male e allo stesso tempo soddisfa il paziente, per certi versi lo appaga. Infatti, quello che Lacan chiama godimento e, che Freud chiama pulsione di morte, sorge da qualcosa che dovrebbe dare piacere, o da cui ci si attende piacere, ma che diviene un “troppo” o un “troppo poco”. Per esempio, questa tendenza masochistica, in alcuni pazienti si esprime attraverso un senso di colpa che li soddisfa inconsciamente generando «il tornaconto (solitamente composito) che il soggetto trae dalla propria malattia: quell’insieme di forze che lottano contro la guarigione inducendolo a non rinunciare al suo star male»[7].

Per far sì che il sintomo diventi diverso dall’indicibile, autodistruttivo malessere che incontriamo quotidianamente, dal quale si fa fatica a separarsi, è necessario che sia già in parte trasformato, in una forma di lamento dove il soggetto può trovarsi nella condizione di domandarsi come mai fa tanta fatica a rinunciare a qualcosa che, d’altra parte, lo fa stare così male. È questa una precondizione per un possibile percorso psicoanalitico.

Nelle nostre istituzioni cliniche non arrivano, se non raramente, casi in cui è avvenuta questa pre-lavorazione del sintomo. Allora, come vi possiamo lavorare seguendo i principi della psicoanalisi se non ve ne sono le condizioni di partenza?

Sicuramente non esiste una “normalizzazione psicoanalitica”. Il sintomo, in quanto soluzione soggettiva per stare al mondo, può essere inteso come un regime normale di godimento, un modo per raggiungere un punto di equilibrio possibile, perché quel che riguarda ciò che dovrebbe costituire un piacere – e che riguarda i soddisfacimenti pulsionali – non esiste!

Il lavoro psicoanalitico può trasformare (che è diverso da cancellare) la componente autodistruttiva del sintomo, in una soluzione individuale, singolare, attenuando i suoi effetti.

All’inizio di un percorso terapeutico è necessario ricercare sempre cosa ha messo in moto la trasformazione del sintomo, trasformazione che è già iniziata nel momento in cui si è fatta la domanda di cura. Il paziente, in questi casi, ha già messo in difficoltà la strutturale tendenza alla chiusura che è propria del sintomo aprendosi a una domanda. Qui abbiamo un sintomo che è già in perdita di godimento e il soggetto cerca di completarsi, cercando un sapere su di esso.

Questa ricerca, nei pazienti che abbiamo in carico nei nostri servizi, sembra essersi arenanta. In una Comunità Terapeutica arrivano soprattutto minori all’acme di una crisi, quando ormai è necessario un contenimento dell’agitazione.

In una cura analitica “tradizionale”  il sintomo è un messaggio da decifrare che va verso il nocciolo della sua pulsazione, contenuto nel cuore del sintomo. È il deciframento di un enigma: qualcosa che mi fa stare male ma che non riesco a capire come e perché.

Nei casi che accogliamo nelle nostre istituzioni cliniche, il lavoro si orienta a partire da un passaggio dalla componete distruttiva (nocciolo pulsante) alla componente simbolica (di decifrazione del messaggio).

Paradossalmente, per questi casi, si tratta, come dice Jacques-Alain Miller, di «fabbricare un sintomo, ovvero di ridurre il traboccare della sua libido per portarla a proporzioni vivibili»[8]. È necessario “trattare” il reale della pulsione con il simbolico promuovendo la ricerca di un’altra posizione soggettiva che aiuti la regolazione della pulsione autodistruttiva.

Se in un percorso terapeutico classico il soggetto supposto sapere (curare) viene valorizzato dal paziente che domanda all’analista una risposta, nelle istituzioni cliniche invece il soggetto supposto sapere (curare) non viene riconosciuto dai minori, ma dagli “invianti” e quindi, la messa in logica di questo passaggio diventa problematica. Il rischio della segregazione manicomiale è dietro l’angolo.

Si tratta di lavorare intorno al “troppo” dell’angoscia che causa gli atti distruttivi o autodistruttivi, tentativi fallimentari di autocurarsi. Questo lavoro è volto a promuovere la fabbricazione di un sintomo, ossia una modalità più vivibile di stare al mondo. Il trattamento diventa un lavoro di traduzione di questa angoscia che si presenta come eccesso, per consentire una nominazione. È un lavoro di traduzione continua: dall’indicibile autodistruttivo alla parola del paziente, grazie alla creazione di uno spazio di enunciazione dal quale poter sostenere le invenzioni soggettive.

Sono le parole, gli atti del paziente a orientare il lavoro dell’équipe e la costruzione del progetto terapeutico. L’équipe “deve saper tacere”? (che, ovviamente, non significa non parlare o non fare niente!) e non deve elicitaretroppo la parola del paziente.

 Deve saper aspettare, la partita più importante si gioca nell’atmosfera che l’équipe clinica è in grado di creare e nella prontezza che saprà avere nel sostenere il soggetto, incoraggiandolo nella ricerca delle sue soluzioni.

È possibile una neutralizzazione dell’incertezza?

Ogni paziente ha un suo modo di rispondere al trattamento in una Comunità Terapeutica. Spesso i tempi sono incerti, sono soggettivi e anche le modalità di intervento non sono le stesse per tutti. Insomma, sullo sfondo delle attività terapeutiche resta qualcosa di incerto, inclassificabile, lasciato alla contingenza dell’incontro operatori-pazienti. Qualcosa che non si lascia misurare dagli strumenti psicodiagnostici o dalle scale di valutazione. Qualcosa che oltrepassa l’uomo epidemiologico, l’uomo in quanto discorso sulla popolazione.

L’epidemiologia è l’espressione dell’esigenza di misurare, tutelare con il fine di migliorare la salute dei cittadini. Se l’epidemiologia classica nasceva con la missione di non far morire, ovvero per affrontare la più spaventosa epidemia di colera di sempre, quella di Broad Street[9] nel quartiere londinese Soho nel 1854, l’epidemiologia moderna è improntata a far vivere meglio, l’esortazione non è più “non morire” ma “vivi!”. Essa si occupa di prevenire l’aumento del rischio studiandolo e valutando le conseguenze che questo comporta. L’epidemiologia calcola il rischio, lo misura e prova a governarlo e tutti noi godiamo dei frutti e dei risultati di questo lavoro, ammalandoci di meno e controllando meglio le malattie.

È innegabile che le misurazioni del comportamento umano ci aiutano a vivere meglio, anche per questo la raccolta di dati diventa sempre più massiccia. A tal proposito Antoinette Rouvroy parla di «governabilità algoritmica»[10] come modalità di cattura numerica che passa anche per il malessere sociale. L’obiettivo sembra essere l’ottimizzazione algoritmica delle interazioni tra l’individuo e il suo ambiente e la “normalizzazione” dei nostri comportamenti per abbassare il rischio, migliorare gli standard. Tuttavia  in alcuni casi gli standard rischiano di diventare “paludi organizzative” fondate su una certa ideologia della prestazione, che mette in secondo piano la clinica.Procedure, linee guida, protocolli, dati numerici possono aiutare. Ma possono anche diventare una difesa per gestire l’angoscia prodotta dall’impensabile, dall’incerto, dall’incalcolabile che emerge nell’incontro tout-court.

Il paziente come soggetto responsabile

Dietro ogni paziente c’è un soggetto responsabile che è qualcosa in più di un puro calcolo numerico. Le ricerche in ambito psichiatrico seguono sempre di più il principio di causalità fisica e della teoria dell’interazione molecolare. Si confonde così il concetto di esteso con quello di inesteso, infatti possiamo applicare i concetti di crescita o diminuzione a ciò che è esteso, “spazializzato”. L’attività psichica invece implica sempre delle variazioni di tipo qualitativo che non possono essere misurate, in quanto “significanti” e non quantitative. Se da un lato le alterazioni organiche possono causare una serie di turbamenti, dall’altro, la “pazzia” emerge solo se il soggetto dà senso (significato) a questi fenomeni, decidendo di parlarne ad altri in quanto fenomeni che lo riguardano direttamente.

Al cuore della malattia mentale c’è un soggetto responsabile: responsabile del senso attribuito al puro dato reale del suo malessere. Ne Il discorso sulla causalità psichica[11] Lacan si oppone senza mezzi termini all’approccio organicista sostenendo che la follia può essere compresa solo a partire da una questione di senso, di verità di cui il paziente, seppur intrappolato nel suo delirio, è alla ricerca. Perché crede, per esempio, di essere Napoleone Bonaparte o di essere al centro di un complotto universale? Come descrivere in termini neurofiosologici questa credenza? Come spiegare il senso che il paziente attribuisce a queste convinzioni? La concezione della psiche come effetto della materia, dei tessuti organici si rifiuta di rispondere realmente a queste domande. La “causa psichica” corrisponde all’identificazione in cui il soggetto riconosce e fissa, di volta in volta, la propria identità. È l’altro della parola. È questo che scandisce la storia del soggetto umano, una storia fatta di incontri, irripetibili. Contingenze che rischiano di annullarsi nel mero dato numerico.

L’uomo epidemiologico, nell’ambito delle malattie mentali, incarna l’appello ossessivo alla normalità, dove la soglia di sanità o malattia si decide a partire da una cifra garantita dalla norma: è l’algebra comportamentale fondata sull’idea di minimizzare il dolore. Ci siamo prefissati obiettivi per la maggior parte irraggiungibili, obiettivi che sempre più spesso ci rendono stanchi ed infelici. La “sorveglianza” della normalità viene ad essere continuamente ricalcolata, infatti le norme cambiano continuamente e questo va al di là della nozione di patologia. Ognuno potenzialmente è un paziente, basta che qualcuno decida di cambiare il parametro in base al quale si supera una certa soglia. Oggi questo avviene attraverso il continuo prelievo di dati che sarebbero in grado di far cogliere le caratteristiche molteplici di ogni individuo: l’uomo diventa molecola, comportamento, pura virtualità numerica.

Quindi, dove si colloca oggi una istituzione terapeutica orientata dalla psicoanalisi:

1) se la statistica (il sapere dello Stato sullo Stato) ha la funzione di controllare, governare la popolazione a partire da una concezione di normalità fondata sul concetto di media, dove la deviazione rappresenta ciò che se ne discosta?

2) se il potere della media risiede nel fatto che essa è impersonale, è il prodotto di una combinatoria di comportamenti e proprietà individuali non dipendenti da nessuno se non dal calcolo?

3) se l’incerto crea scompiglio nei calcoli statistici e l’ideale diventa quello di lasciare il minor spazio possibile alla contingenza a favore della normalizzazione?

L’algoritmo umano è la catena significante

In una istituzione clinica orientata dalla psicoanalisi, l’obiettivo principe resta quello di dare più spazio possibile alla contingenza dei significanti, alla parola del soggetto, agli effetti imprevedibili di questa, alle invenzioni che vanno al di là del soggetto concepito solo come puro essere sociale (uomo epidemiologico).

Se da un lato le analisi numeriche spingono a normalizzare attraverso la tecnologia, a creare delle singolarità-virtuali, ripetibili all’infinito, dei cloni, la psicoanalisi si affanna per garantire il raggiungimento di una maggiore singolarità possibile e, come sostiene Miquel Bassols[12], la singolarità di cui può farsi sostenitrice la psicoanalisi è la catena significante che attraversa il corpo: è il primo algoritmo, è quella vera singolarità di cui ci possiamo fare carico. Anche la psicoanalisi ha un suo algoritmo, è quello dell’essere parlante: la ripetizione di un programma di linguaggio e di pulsione.

Del proprio fallimento si cerca di farne un punto di forza

Le diagnosi traducono in segni osservabili l’esperienza del soggetto, forniscono una spiegazione scientifica e questo produce un effetto di rassicurazione, anche perché, almeno un po’, ci si deresponsabilizza, attribuendo le causa alla biologia o alla genetica. Il sapere scientifico, oltre che a farci vivere meglio, produce anche una certa tranquillità sociale. Le classificazioni pacificano. Tuttavia, questo non diminuisce il malessere generato (anche) dall’incapacità che le psicodiagnosi hanno di cogliere la complessità di ciò che accade nelle crisi dei nostri giovani pazienti. In tal senso, una istituzione clinica orientata dalla psicoanalisi ha anche la funzione di sostenere la Sanità Pubblica, come se fosse un soggetto in analisi, nel difficile confronto con il vuoto prodotto dal non-senso, dall’impensabile, dall’incalcolabile. Di fronte a questo vuoto generato dal tentativo di riportare tutto il “reale” al simbolico standardizzante (l’introvabile spiegazione, il fantomatico gene o quella porzione di cervello che non funziona) la questione diventa allora: come smettere di “godere” della mancanza di senso per aprirsi alla perdita di senso?

La clinica dell’ascolto va al di là della descrizione dei sintomi, va al di là della generalizzazione di una etichetta, cerca le cause (significanti) ovvero i passaggi cruciali della storia del paziente che lo iscrivono in una struttura preesistente che lo accoglie; è in questo senso che il soggetto «può apparire servo del linguaggio [e] lo è ancor più di un discorso nel movimento universale del quale il suo posto è già iscritto alla sua nascita, non foss’altro che nella forma del nome proprio»[13]. Un’istituzione orientata dalla psicoanalisi mette in logica la storia del paziente, estrae qualcosa di universale, di strutturale, senza mettere fretta, rispettando la temporalità soggettiva, l’acquisizione di quel saperci fare con il proprio malessere.

La diagnostica in genere cerca di mettere in luce ciò che non va in un paziente. Una istituzione orientata dalla psicoanalisi invece valorizza non solo il soggetto ma anche il suo sintomo, affinché esso possa articolarsi in un legame sociale, in modo sempre nuovo e creativo.

Ciò che spinge i ragazzi a stare male non corrisponde a una qualche “sostanza” osservabile, misurabile. È una strana ed opaca intenzionalità. Un’intenzionalità che spesso si ripete, che non si lascia misurare ma che tuttavia è certa: l’unica vera certezza nella psicoanalisi è che c’è qualcosa che ritorna, che ci situa, ci getta lì, schiavi in casa propria. Una ripetizione che torna e poi ritorna ancora. In una Comunità Terapeutica si cerca di farne qualcosa di utile per il paziente, un punto di forza, affinché possa la sua vita essere più vivibile.


[1] S. Freud, Studi sull’isteria [1895], in Opere, Torino, Bollati Boringhieri, 2009, Torino, Vol. 1, p. 214.

[2] J. Lacan, Funzione e Campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi [1966], in Scritti, a cura di Giacomo Contri, Torino, Einaudi, 1974, Vol. 1, pp. 240-241.

[3] J. Lacan, Il Seminario, Libro III, Le psicosi 1955-1956 [1981], a cura di Antonio Di Ciaccia, 2010, Torino, Enaudi, 2010, p. 279.

[4] J. Lacan, Il Seminario, Libro II, L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi 1954-1955, Torino, Enaudi, 2006, p. 441.

[5] J.-A. Miller, L’uomo senza qualità. L’epidemiologia della salute mentale [2004], in La psicoanalisi, 39, 2006, p. 43.

[6] Funzionamento nel contesto di vita, scuola, bisogni e risorse della famiglia, rischi per il paziente, il funzionamento della rete professionale, integrazione culturale, aspetti giudiziali, condizioni socio-economiche e culturali e così via.

[7] S. Freud, Il problema economico del masochismo [1924], in Opere, Torino, Bollati Boringhieri, 1980, Torino, Vol. 10, p. 12.

[8] J.-A. Miller, L’osso di un’analisi [1998], Milano, Franco Angeli, 2001, p. 59.

[9] Cfr. R. Friis, Epidemiology 101, Burlington, Jones & Bartlett Publishers, 2009.

[10] Cfr. A. Rouvroy, Gouverner hors les normes: la gouvernementalité algorithmique, “Lacan Quotidien”, 733, 6 luglio 2017, http://www.lacanquotidien.fr/blog/wp-content/uploads/2017/07/LQ-733-D.pdf. Cfr. H. Verdier, L’Âge de la multitude : entreprendre et gouverner après la révolution numérique, Paris, Armand Colin, 2012.

[11] J. Lacan, Discorso  sulla  causalità  psichica [1966], in Scritti, a cura di Giacomo Contri, Torino, Einaudi, 1974, Vol. 1, pp. 145-187.

[12] M. Bassols, Singularidad tecnológica y singularidad psicoanalítica, 05 luglio 2017, http://miquelbassols.blogspot.it/2017/07/singularidad-tecnologica-y-singularidad.html.

[13] J. Lacan, L’Istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud [1966], in Scritti, a cura di Giacomo Contri, Torino, Einaudi, 1974, Vol. 1, p. 490.