Il nome di Ercole

La “poesia divina” sembra assumere quelle caratteristiche proprie dell’autorivelazione, di qualcosa che si manifesta da sé, senza “scelta” appunto. Il primo nome è il primo mito che si dona da sé all’uomo. Esso non deve essere separato dalla componente esperienziale, e qui il linguaggio sembra essere fortemente connesso con l’aspetto percettivo, sensibile, corporeo che non lo rende né semplice nomenclatura di qualcosa di sempre già “dato” né un’entità autonoma , autosufficiente, scevra da ogni relazione esterna.

E’ il “verosimile”, il punto medio tra i vero e il falso, nell’esperienza,  a rappresentare il luogo nel quale si realizza l’inventio , dove il linguaggio vive creativamente: il filosofo, che si rivolge alle persone colte, espone il suo pensiero in termini generali, il poeta invece, poiché si rivolge alla massa, induce alla persuasione con le sublimi azioni e con le sublimi parole di personaggi da lui stesso creati, come se fossero esempi tratti in qualche modo dalla realtà[1]. E i romani, con più accorgimento forse che i greci, che incominciarono a noverare gli anni dal fuoco che attaccò Ercole alla selva nemea per seminarvi il frumento […] ; con più accorgimento, diciamo, i romani dall’acqua delle sagre lavande cominciarono a noverare i tempi per lustri, perrochè dall’acqua, la cui necessità s’intese prima del fuoco [¼] , avesse incominciamento l’umanità [2].

Il linguaggio, in questa pagina non rappresenta un mondo già dato, ma ciò che sembra istituire un mondo, ogni volta e  ogni volta in modo nuovo, “performativamente”. Il nome fissa un punto fermo nell’inafferrabile e fluttuante flusso della coscienza, ogni volta il nome lo “arresta”, e sempre in modo diverso. Si comporta come un raccoglitore che accoglie in sé sia l’intelligibile che il sensibile, i quali smettendo di opporsi infruttuosamente tra loro si uniscono nel “nome”; unione, questa, che non si spegne mai in una “perfetta fusione”, ma  in cui sia l’intelligibile che il sensibile continuano sempre, dinamicamente, a vibrare in quella che Hoelderlin definiva come l’”originaria partizione” (Ur-Teilung).[3]


[1] G. Vico, De nostri temporis studiorum ratione, cit., p. 93.

[2] S.N., 371

[3] F. Hölderlin, Giudizio ed essere, in Scritti di estetica, a cura di R. Ruschi, Milano, ed. 1987, p. 52.