Negli ultimi tempi si è parlato molto dei numerosi tentativi di suicidio nelle metropolitane di Milano. Quali fattori possono spingere una persona a compiere un gesto così estremo in un luogo pubblico come la metro?
Il gesto suicidario in uno spazio pubblico è spesso il punto d’arrivo di una costellazione di fattori: solitudine, perdita di senso, disgregazione di reti affettive e la percezione di una rottura irrimediabile con tutto ciò che fa legame. Scegliere la metro significa intrecciare alla sofferenza personale un certo modo di testimoniarla all’altro. Da un lato si vuole cancellare qualcosa di sé; dall’altro si cerca di rendere visibile la cancellazione all’altro, come se solo così quel dolore potesse diventare “vero”. Questo doppio movimento complica la lettura clinica: non è solo impulsività o disperazione, ma anche un messaggio che chiede di essere ascoltato, visto, riconosciuto. È per questo che non è possibile generalizzare le motivazioni o i fattori che spingono verso un gesto così estremo. Non è mai solo una reazione a condizioni esterne. Spesso prevalgono fattori soggettivi, talvolta non misurabili né prevedibili, che vanno valutati caso per caso.
Spesso si dimentica il peso emotivo che questi episodi hanno sui conducenti e sul personale ATM. Che tipo di traumi o stress possono svilupparsi in chi vive direttamente un evento di questo tipo?
Gli operatori si trovano ad essere testimoni involontari di una tragedia esistenziale: questo può produrre sintomi acuti (shock, nausea, tremori), reazioni a medio termine (incubi, ipervigilanza, evitamento) e modifiche durature dell’identità professionale (senso di colpa, paura di tornare al lavoro). I rischi aumentano in assenza di ascolto e, soprattutto, di una presenza reale. Gli effetti traumatici si aggravano quando il personale interpreta l’evento come un fallimento personale o quando la risposta dell’organizzazione è carente. Anche in questo caso è essenziale evitare generalizzazioni: le reazioni sono profondamente soggettive, dipendono dalla propria storia personale, dalle risorse psichiche e dal contesto lavorativo, e perciò spesso non sono prevedibili con precisione. Non esistono due traumi uguali, perché ciascuno si radica in una storia affettiva e simbolica irripetibile.
Sul piano della prevenzione, quali strategie o interventi ritiene più efficaci per ridurre questi episodi e per tutelare la salute mentale di chi lavora ogni giorno nel trasporto pubblico?
La prevenzione non può ridursi a un insieme di misure tecniche: riguarda innanzitutto la possibilità di dare parola e riconoscimento al dolore. Ogni gesto estremo nasce in uno spazio psichico di solitudine e di rottura del legame sociale; per questo è necessario che la città e le istituzioni diventino luoghi capaci di contenere, di accogliere e riconoscere, non solo di sorvegliare. La cura passa attraverso la creazione di spazi di ascolto accessibili, la formazione del personale a riconoscere i segnali di sofferenza e la possibilità di ricevere un sostegno immediato dopo eventi traumatici. Ma soprattutto, prevenire significa restituire senso di appartenenza: senza legami simbolici e senza comunità, l’applicazione di protocolli o la continua riscrittura delle linee guida non bastano. La prevenzione non è mai solo un atto tecnico, ma un lavoro simbolico: trasformare lo spazio urbano e istituzionale in un luogo abitabile, dove la fragilità non venga espulsa ma riconosciuta come parte della vita comune. Solo così la prevenzione smette di essere un insieme di regole e diventa un gesto di comunità.

