Alcuni spunti sull’universale ragionato: parte 1

L’universale fantastico rappresenta la “spada” con la quale Vico ha lottato contro la logica critico-deduttiva di Cartesio.

Egli mise in discussione << chi confidasse d’esser penetrato nel fondo d’una cosa col semplice sussidio dell’idea chiara e distinta che se ne sarà formata la sua mente >>[1], anche se sarebbe una conclusione superficiale quella che interpretasse queste parole, come una pura e semplice confutazione della critica cartesiana. Piuttosto, il filosofo napoletano realizzò un originale e quanto mai sorprendente connubio tra topica e critica, tra ingenium e ratio.

Vico sicuramente esalta l’arte dei tropi o “detti acuti”, criticando con una certa evidenza il metodo critico-deduttivo. Ma quello che a prima vista sembrerebbe uno scontro, se si osserva più attentamente, si rivelerà un incontro; un incontro che genererà le basi di un nuovo metodo conoscitivo, quello analogico-induttivo. L’induzione analogica, di cui tratteremo tra poco, si origina dalla sintesi di inventio e logica. Ma  andiamo con ordine.

La struttura del detto acuto, che costituisce una sorta di embrione di quello che poi sarà l’universale fantastico, è una struttura a tre termini. La similitudine con il sillogismo aristotelico salta subito all’occhio, infatti anch’esso ha tre termini, uno dei quali è il cosiddetto “termine medio”, il quale unisce, relaziona i due estremi tra loro. Ma tra il detto acuto e il sillogismo c’è una profonda differenza che è riscontrabile proprio per la diversa natura sia del termine medio che dei nessi predicativi.

Vico tratterà la questione del termine medio, asserendo che esso è ciò che la << setta filosofica italica >> chiamava “argumentum”. Il filosofo napoletano, inventandosi una nuova etimologia, e cioè facendo derivare argumentum da “argutum”, cioè “cosa acuminata”, affermerà: “sono arguti coloro i quali in cose quanto mai scisse e diverse sanno scorgere un rapporto di somiglianza nel quale esse siano affini, e, sorvolando su queste cose che, per dir così, sono loro poste innanzi ai piedi,  riescono da punti distanti a trarre ragioni adeguate delle cose che trattano: segno, questo, d’ingegno e che si  chiama ‘acume’ ” [2].

Ribellandosi a chi si ostina a considerare la topica come un’arte che non possa dare regole e condurci quindi, a una migliore comprensione delle cose, egli affermerà che la topica è << un’arte di ritrovare il mezzo termine […]. Ma dico di più: questa è l’arte di apprender il vero, perché è l’arte di vedere tutti i luoghi topici nella cosa proposta […]per farlaci distinguere bene ed averne adeguato concetto >>[3].


[1] G.B. Vico, Dell’ antichissima sapienza italica, cit., p. 299.

[2] Ivi, p. 301.

[3] G.B. Vico, Risposta di Giambattista Vico, in Opere, cit., p. 356.