La finta vertigine: il vuoto della nostra insoddisfazione (36/40)

L’essere si sovrapporrebbe al nulla, questa è l’idea che comunemente ognuno di noi ha, ma, nella rappresentazione del “nulla”, c’è di più che in quella di “qualcosa”, anche se naturalmente siamo portati a pensare esattamente il contrario.

Non riusciamo a fare a meno di pensare che l’essere riempia il nulla e che nel “nulla” ci sia meno di “qualcosa”.

Il vuoto non è altro che l’assenza di quel determinato oggetto, che prima si trovava lì e che ora si trova in un altro posto e «che non essendo più al suo vecchio posto si lascia dietro, il vuoto di sé stesso»[i].

Non essendo più al suo solito posto l’oggetto lascia dietro l’impronta di un vuoto.

«La concezione di un vuoto nasce qui quando la coscienza, in ritardo su sé stessa, rimane legata al ricordo di uno stato precedente quando già un nuovo stato è presente. Essa è solo un confronto tra ciò che è e ciò che potrebbe o dovrebbe essere, tra pieno e pieno»[ii], tra il pieno meno ciò che c’aspettavamo di trovare.

Il concetto di vuoto, in altre parole, nasce quando la coscienza rimane legata al ricordo di uno specifico stato di cose, precedente rispetto a quello che incontriamo nell’hic et nunc. Nasce dal confronto tra ciò che è e ciò che potrebbe, dovrebbe essere o che precedentemente era, è il concetto confuso di una sostituzione, di un sentimento provato, di un desiderio, di un rimpianto. C’è più e non di meno nell’idea di un oggetto concepito come “non esistente” (fatto negativo) che nell’idea del medesimo oggetto concepito.

L’idea dell’oggetto pensato come “non esistente” è l’idea dell’oggetto “esistente” con l’aggiunta della rappresentazione di sottrazione di quell’oggetto dalla realtà pensata come totalità.

La realtà cresce come totalità indivisa globale e indivisa ma noi invece ci rappresentiamo un continuo riordinamento delle parti che cambierebbero solo di posto ed è questa credenza che ci illude e cioè ci fa credere di esser capaci di prevedere qualsiasi stato d’insieme. Partendo da un numero definito di elementi stabili avremo in anticipo tutte le combinazioni possibili.

Ma la realtà così come la percepiamo direttamente, ci dice Bergson, è il pieno che non cessa di gonfiarsi e che ignora il vuoto. È una realtà che possiede l’estensione e la durata, ma questa estensione concreta non è lo spazio infinito e infinitamente divisibile che l’intelligenza si dà come un terreno su cui costruire. Poiché il nostro costume, il nostro modo di abitare ci spinge ad assemblare delle parti in un vuoto relativo, immaginiamo che la realtà colmi non si sa quale vuoto assoluto. Il filosofo francese considera l’abitudine di andare dal vuoto al pieno la causa di molti problemi metafisici che per questo sono “mal posti”.

Noi non percepiamo e non concepiamo che il pieno. Una cosa “scompare” solo perché un’altra l’ha sostituita. Ci diciamo che allora non vi è più niente intendendo con questo che ciò che c’è non ci interessa, noi ci interessiamo a ciò che non è più dove era o a ciò che avrebbe potuto esservi.

L’idea di assenza o di nulla o di niente è dunque inseparabilmente legata a quella di soppressione, reale o eventuale e quella di soppressione non è che un aspetto dell’idea di sostituzione. Ciò vale anche per il vuoto assoluto. Ciò che si ha davanti quando si vogliono totalizzare le assenze è dunque la totalità delle presenze disposte in un nuovo ordine. Il vuoto assoluto è in realtà un pieno universale. L’uomo salta costantemente da parte a parte, e quello che consideriamo “vuoto assoluto” (concetto filosofico) è in realtà il vuoto della propria insoddisfazione. Il vuoto assoluto, la totalità delle assenze, è la totalità delle presenze disposte in un nuovo ordine, è il vuoto della nostra insoddisfazione.


[i] Bergson H., L’evoluzione creatrice, Raffaele Cortina Editore, Milano, 2002, p. 230.

[ii] Bergson H., op. cit., p. 231.