Diario percettivo

9.0

Ti muovi dentro nicchie di senso, contesti. Ti dici “cosa sta succedendo”. Ogni volta. Tutte le volte. Non puoi fare a meno di chiederti di “cosa si tratta”, di “cosa stai parlando”. È il bisogno di credere in quel qualcosa in cui tutti gli altri credono, è un accordo implicito senza il quale precipiteresti nel caos dell’adesso, nel furore della coscienza primordiale. L’ambiente intorno ti dice sempre cosa puoi fare, di cosa puoi occuparti, quali azioni realizzare. C’è sempre la possibilità di usare qualcosa: scenari narranti, schemi, criteri di verità.

9.1

Vorresti inginocchiarti ed essere dove sei. Ma i tuoi sogni sono uguali a quelli di tutti gli altri uomini. La monotona insensatezza dell’accadere quotidiano ti soffoca. Per questo hai deciso di partire. Osservi i passanti, le auto, i fumi dalle finestre dei palazzi, le antenne, gli alberi sfrondarsi e restare sempre verdi, i colori artificiali riverberarsi nell’aria densa di nebulosa rumorosità, il suono inevitabile che sopraggiunge dalle cose e dalle persone che si muovono. Il passaporto psicologico dell’accadere che accade. Ma non trovi un motivo per restare.

9.2

La parola si articola nella sintassi quasi onirica della messa in scena, la parola del gesto, segno corporeo che non traduce nessun concetto. La parola accade, come una forma dotata di fisicità, volume: emissioni sensibili. Come accade per chi sogna, grammatica singolare, irripetibile, corpo verbale che rimanda ad altro, indefinitamente intraducibile. E’ il dire materico dell’indicibile, dell’accadere che impone le sua unica legge: avventura avveniente, traversata di segni, sempre lontana, mai prossima o vicina, mai meta prefissata e sicura. In questo mattino universale, ti accade di scorgere miraggi. Sei davvero pronto per questo?