Diario percettivo

8.0

Le cose le usi. Ma le cose non esistono. Esistono solo perché le usi. Chewing gum colorato di rosso dal sapore forte e paralizzante, salame, olive, formaggio, pane croccante, olio, alluminio.

8.1

Storie piccole, nei patrimoni immensi, nei lievi spostamenti, poche parole. Le case si svegliano e tu ti chiedi chi avesse scelto quella luce, quale uomo abitasse in quella stanza all’ottavo piano dall’altra parte della strada, perché, quale fosse la sua storia. Luoghi troppo domestici, ombre sui muri, luci in cucina, lampadari sui balconi, luccicori sui traini del trattore, pareti di tufo, attori nell’atto di agire, paralisi rilucente di un giorno qualunque. Quello che credevi di sapere si diluisce leggero in una goccia di vernice bevuta da un secchio d’acqua. In silenzio lentamente, resti fermo per un istante.

8.2

Cose, qui e là. Cianfrusaglie esistenziali. Artefatti, possibili direzioni. Percorsi. Alternative. Bivi. Tonalità emotive. Nell’aria si diffondono i profumi delle cose, nei sottoscala delle cantine, nelle vegetazioni scapigliate, cose insignificanti, che silenziosamente ricordano antichi paesaggi. Vibrazioni del niente, bruttezze liriche del non senso materiale, produttori di stanchezza esistenziale. Il naso, i capelli, gli occhi, le mani, il cervello. Immagini. Il corpo è l’immagine del corpo. Un prodotto erotico nei simboli di questa terra. Il corpo è tatuato, vestito, separato dal cordone ombelicale, svezzato, educato addestrato nel cammino, guidato nell’istinto di rivolta, il corpo è bello o brutto, leggero o pesante, bianco o colorato. È un turbine di nomi. Uno stadio nello specchio del dramma spaziale, una macchina ortopedica di una totalità inafferrabile. Il grado di realtà delle cose è dato dal grado di utilità che esse sono in grado di suscitare. Qui niente più ti appartiene. Scendi le scale velocemente e vai via.