Diario percettivo

3.0

Speranza? Di qualcos’altro, certo: quella nostalgia che tutti hanno per tutti. Nell’aria c’è il torpore di ciò che non si otterrà mai, il carcere infinito nella sovrabbondante visibilità: un movimento di luce edulcorata inciso sul velo invisibile. Nell’ormai immensamente vasto campo della virtuale conoscenza, ritagli e ricuci il puro accadere delle cose, in porzioni, frammenti, sfondo di tutte le possibili ragioni. Primo movens: conosci e percepisci solo e solo ciò verso cui la tua azione si dirige, trascurando tutto ciò che è Altrove, che resta sullo sfondo, qui. Ora.

3.1

Invochi quei ricordi utili alle pratiche umane trattenendo nei sotterranei della nebbia tutti gli altri che a niente servono e che ti porterebbero alla nuda fioritura di realtà, coscienza oscena di te stesso.

3.2

Pezzi, giorni, frangenti sbiaditi di tempo, cunicoli brevi e pieni d’orrida consapevolezza, banali pomeriggi di giorni banali, uno qualunque di voi: semplicemente tutto insensato, niente. Ecco. Piccole deviazioni lungo la riva di un sentiero, l’insondabile incastonamento, eventi, amorfa pulsione orientante. Ricordi.

3.3

Ti sdoppi nel raddoppio delle infinite catene insignificanti. Incatenato alla derisione di una parola, continuamente. Montagne che da un sol spicchio si fondono sulla valle di un mattino qualsiasi, che da lì prende il sole, nel suo petto rintontito e pieno d’umile splendore. Ricordi.