Diario percettivo

25.0

Nell’improbabile intimità di questa luce ti concentri per essere dove sei. Indipendentemente da te cresce l’erba, piove, e il sole inonda il prato, i monti si ergono da tempi immemorabili, il vento passa. Hai la nozione chiara e solare della realtà esterna: il sentimento innegabile della tua insignificanza. Nel boschetto, nella campagna qui vicino sono cadute tre foglie ed un minuscolo insetto ha preso il volo. Dal volo di un aereo diretto a Parigi si vedono in lontananza bagliori rosei che fanno acrobazie nel cielo. La terra. La luce. Sulle antenne dei balconi, sulle scale in città, nelle campagne di una terra lontana, sulle spiagge e sui tendoni fuori al bar. Sui portoni rallenta e sul cemento si riflette. Nei cortili di queste mattine estive si riposa in penombra sui lavandini esterni, nei vasi pieni di fiori. Una strada assolata, un giardino scapigliato, un pezzo di stoffa che si agita sotto la sferza del vento, le voci festose dei passanti che s’incontrano la domenica, una foglia che aspetta il suo autunno.

25.1

Il telefono squilla. Un numero che non conosco. Non hai voglia di rispondere, eppure rispondi. È questa la resa dei conti. Non hai molto tempo.