Diario percettivo

20.0

Il vuoto in realtà è un’artificiosa costruzione. Il vuoto che senti, in realtà, è la negazione della pienezza delle cose, un atto di autocensura, di autoimpoverimento. Tu vivi la vita come se tutto fosse già accaduto, come se la vita si dispiegasse davanti: dovrai percorrerla, come si percorre un marciapiede che sta lì, come si percorre un’autostrada già tutta distesa avanti, come si percorrono le stanze di una casa di famiglia.

20.1

L’assurdo, l’indicibile, il perturbante insostenibile dell’ignoto. Ritardo mentale: ciò che realmente vive ci appartiene, ma solo vagamente.

20.2

Tu pensi che il vuoto sia necessario per pensare. Se non vi fosse, ci sarebbe tutto e niente. La finta vertigine intorno al vuoto è un lusso che non puoi più permetterti e poi chi ha detto che senza gabbia si vive male? Qualcuno è stato convincente al riguardo, molto convincente. Perché sgonfiare le ruote prima di affrontare una discesa: per evitare incidenti?

20.3

Il vuoto non è reale. Il vuoto è un di più della pienezza. Non ti resta che cercare altrove, o smettere di cercare: ma il vuoto in quanto tale non esiste, prima o poi dovrai smettere di frignare! C’è sempre qualcosa. Non c’è luogo in cui non ci sia qualcosa. Anche in un deserto. C’è la sabbia, la luna che luccica di notte, il vento, il sole di giorno, gli insetti, le ombre: c’è qualcosa. Forse non ciò che cercavi. Ma c’è, qualcosa c’è. Non ti soddisfa, non ti appaga, ma c’è.