Diario percettivo

18.0

Una donna ti passa davanti. Porta con se un passeggino. I suoi occhi non hanno dubbi. Non è ha perché non può averli. Deve credere di non avere dubbi, perché crede di non sapere niente: il suo è un dubbio radicale, fondativo, dal quale non potrebbe mai prescindere.

18.1

Un uomo si ferma su un’altra panchina. Una realtà spettrale, d’ombra, una non realtà. È felice di scrivere lettere che non spedirà mai a nessuno. Lo fa di nascosto, chiuso in bagno, mentre la moglie prepara la cena o mentre tutti dormono o nella pausa pranzo. Non scrive con la penna né sulla carta: scrive nella testa, senza mai parlarne con nessuno. Egli è in contatto, col fantasma del destinatario e col proprio che cresce tra le pieghe e gli spazi vuoti, nelle parole che non scrive. Essere in contatto attraverso le parole, ma come è possibile? Si chiede continuamente. L’uomo seduto su quella panchina preferisce leggere riviste sui telefoni piuttosto che telefonare, preferisce immaginare lettere, piuttosto che spedirle. Preferisce restare lì, piuttosto che fare qualcosa. Preferisce baciarsi il cervello piuttosto che cercarsi una donna da amare.

18.2

Ci sono sensazioni che sono sonni. È l’ubriachezza di non essere niente, la volontà di una bottiglia che viene rovesciata nel cortile di sempre, da un movimento indolente, un uomo che passa. Il roboante suono di un aereo, una stranezza prossima, famigliare. Suoni rinati dai lunghi silenzi, echeggianti ed inutili. Un cielo vigliacco e bello. Un temporale solare e sordo, aria rilucente. Insetti che volano, cose abbandonate da qualcuno.