Diario percettivo

17.0

L’oggetto, vedi, cambia, ma non invecchia. Si muove, si trasforma. Quelle modificazioni, indicano il passare: un prima, il durare, il poi. Credi che la sensazione non cambi? Che sia sempre la stessa? Sì. Credi in queste sciocchezze. Ruvido, secco, profumato, dolce, salato, carismatico, calmante, frenetico ruspante, fan culo!

17.1

Abitudini linguistiche, nell’invariabilità delle tue sensazioni, abitudini necessarie. Homo sum: humani nihil a me alienum puto. Dall’interno all’esterno, a poco a poco, a partire dai primi giorni di vita, gli stati di coscienza si trasformano in oggetti o in cose. Si staccano gli uni dagli altri. Si slegano da te. Li percepisci solo all’interno dello spazio omogeneo in cui ne hai fissato l’immagine e attraverso le parole li hai resi famigliari, consueti e riconoscibili.

17.2

La sorda battaglia di sempre. Tutto il sonno possibile. L’aura impersonale dei passanti. Un martello picchia sul ferro, forse un artigiano. Suoni virtualmente localizzati in un punto preciso dello spazio. Le tue sensazioni, le loro presunte cause tangibili. Prima una, poi quella successiva, e poi ancora.

17.3

Sulla panchina di fronte, un Clochard, non del tutto chiuso al mondo esterno, ma ormai poco informato sulla vita che lo circonda, sdraiato sulla panchina ascolta la voce rimbombare sotto gli stracci che lo sommergono, pensa al suono, al gorgoglio, al mormorio delle sue stesse parole e niente più. Delle idee che infiammano la vita degli uomini non sa niente. La voce del mondo non gli arriva e il mondo è indifferente al suono delle sue parole.