Diario percettivo

16.0

Il Primo è libero. È in grado di guardare oltre: accede all’inutile, alla pienezza del Movimento, al silenzio dell’accadere. Il Primo rende possibile l’impossibile. Praticabile l’impraticabile.

16.1

Il Secondo è ripetibile, divisibile, identico a se stesso. In esso l’accadere acquisisce volume, spessore, divenendo parte di un sistema coordinato. Qui, lì, sopra, sotto, di lato, avanti, dietro, in obliquo, parallelamente, bla bla bla!

16.2

Il Primo, non percorre due volte la stessa strada, mai due volte la stessa sensazione, la parola, sarà sempre la prima. Sempre l’ultima. Il Secondo è la sua riproduzione orientata all’utile. Se stesso uguale a se stesso, riconoscibile. Identità.

16.3

Tu ritagli delle figure nello spazio per farle muovere secondo leggi formulate dalla nostra gente. Lotta. Il fiorire, il compiersi della natura contro il trapassare degli uomini, lo scontro titanico tra l’orgiastico accadere e l’artificiale geometria dell’umano.

16.4

L’odore di cipolla, la zuppa da chissà dove, il brusio del motore lontano, il martello che picchia il ferro, la sirena che viaggia tra le case, la campana che si espande nell’aria, il frullare delle ali al mattino, il gracchiare in terzina sotto il meriggio, lo squillo elettrico, impersonale di un citofono. La perversione del rincorrersi nei rimandi, l’allontanamento infinito che mai giunge alla sorgente, l’avvicendarsi dei differimenti, negli specchi che li riflettono sdoppiandosi: il suono della rete pluridimensionale dei rinvii, la voce in ogni direzione possibile. Tu vivi la vita come se fosse già accaduta, come se quello che ti appresti a fare fosse già compiuto. Tu non vivi mentre vivi. Non sei qui mentre sei qui.