Diario percettivo

15.0

Non hai voglia di un caffé eppure sei qui a fare finta di volerlo. Hai bisogno di un copione altrimenti l’imbarazzo esistenziale diverrebbe insopportabile. Se il vuoto è l’assenza di materia in uno spazio, quale materia manca nel tuo spazio?

15.1

La sincronia dello Schema, la rigidità delle cornici di senso, la sicurezza morfologica delle cose: i pali della luce, i fili sui muri, alcuni uomini che passeggiano, le auto che sfrecciano, le strisce pedonali, segnali, etichette, simmetrie.

15.2

Come va? Che domanda stupida. Qui sei l’ombra di niente, la giustapposizione di stati inerti, il residuo impersonale di organiche percezioni, un fantasma. Le decisioni a cui tieni di più sono quelle a cui non potresti dare una spiegazione, hanno la stessa sfumatura di ciò che sei, polvere persa nella polvere, sentiero lastricato di niente, foglia che ondeggia senza voglia, nulla ti appartiene.

15.3

Senza quisquigliche premesse. Subito al sodo. Impegnato a reggere, spingendo in su, il pesante rupe dell’insensatezza: un vero motivo per continuare la fatica non c’è e dunque l’andare avanti è per l’andare stesso e niente più. I giochi filosofici non sono così urgenti, ma il resto sì. Il più segreto degli autismi non è il silenzio, ma il parlare stesso. La violenza che si fa nel fragile istante che precede il salto. La merda umanoide che vitupera l’onesta vertigine di quel istante. Tanto meglio allora l’andare avanti nell’oscura insensatezza, nell’impossibile trasparenza che affligge, in ogni dove, destino schiacciante, itinerario di morte, sì. Sul patibolo guardi il cielo assurdo, nell’istante in cui l’assenza di speranza per te non significa disperazione.