Diario percettivo

14.0

Lo chiami così, dolore. Infondo con le parole non si riesce mai ad afferrare niente, c’è sempre uno sfondo, ineffabile, silenzioso. È lo spazio bianco tra le parole. È lo spazio insostenibile ed inarticolato, foriero di tutto; e di niente. Ma del resto, senza parole, non ci sarebbe quello spazio. Un caffé ti fa compagnia al bar. Lelahel, anche se in ritardo, rispetta sempre i suoi appuntamenti. La tazzina gialla ha delle decorazioni color pastello. Resti a guardare il fumo che sale e la schiuma che fermenta nel liquido nero.

14.1

Voci. L’amico. Il parente. Il vicino. Il passante che brontola. L’uomo di successo. Colui che sa. Il collega. L’introverso. Il brusio ininterrotto della radio. Il riassunto di tutte le opinioni. Nessuna scelta da fare. Ciò che desideri è ciò che fai. Avvicini la tazzina alle labbra. Resti fermo a soffiare il fumo caldo, mentre qualcun altro parla al posto tuo. Sì.

14.2

Niente sconti. Fino infondo. La bocca secca, arida, acidula, la gola di sabbia, il corpo stanco, tutto d’improvviso, niente. L’odore di anidrite catramica è reale. Il frastagliato sottofondo di pentolame che vibra, fruscii, ticchettii, grintosi motori a scoppio, lamiere, cucchiai e forchette tintinnano, vocicchiano da qualche parte, persiane che si grattano chiudendo. Nessuna connessione tra le parti. Nessuna direzione percorribile.