Diario percettivo

13.0

Vorresti essere i numerosi infiniti che risuonano intorno.

13.1

Alcuni si dedicano alle faccende del mondo. Altri sono il mondo. Vorresti appartenere a questo ultimo genere di uomini, ma non sei così pazzo.

13.2

Il mondo è la totalità dei fatti e certo non delle cose che lo abitano. Il fatto è un adattamento arbitrario del reale immediato agli interessi della pratica e alle esigenze della vita sociale. Il fatto è il participio passato del verbo fare: c’è sempre un uomo che fa.

13.3

Il futuro è la fede nell’accadere che rinasce dalla granulare percorribilità di ciò che accade, è la vitalità tendenziale del tuo organismo che cerca il giusto sentiero, è la “direzionalità” singolare nell’ordine socialmente pattuito. Il futuro è un esercizio di continuità. Respirare anche se sei solo coscienza di qualcosa che non c’è. Continuità di un residuo, di qualcosa che cade giù. È il futuro. Un momento non passa mai. È il passaggio che indica il passaggio stesso. E’ quell’ora che sta tra il fu ed il sarà e che non passa mai. Ti immagini l’andar avanti che pur non si muove di un passo. Il nuovo arriva con un salto, uno sguardo senza orizzonte, l’ambiguo incontrarsi senza tempo. Il futuro, il tutto di cui il passato è una parte, è l’ottimismo che ti sorge e ti sorregge nelle mani che fremono gioiose, il riposo sotto il sole di quella strada verso il fiume, nell’istante di quell’estate quando gli altri leggono nei loro sogni, il ricordo di quelle luci quando il sole nasce lento in una poesia senza versi.