Diario percettivo

12.0

In auto, guidando, azioni che implicano una serie predeterminata di azioni, orientate da un certo numero di oggetti: sedile, volante, cambio, contachilometri, contagiri, una strada, dei segnali, degli occhi, le mani, le gambe, i piedi. L’insieme delle azioni e degli oggetti che hai a disposizioni in un dato momento, una porzione di mondo.

12.1

Un viaggio. Meglio che niente. Eppur ti chiedi, aldilà di tutte le questioni di fatto, teorie o brandelli di sapere, logiche coerenti, teorie di sorta o inspiegabili incoraggiamenti, aldilà di te stesso, perché vai avanti? Perché non ti lanci nel vuoto dalla collina?

12.2

L’inevitabile tendenza che ti getta qui, dove sei adesso, senza che tu possa fare alcunché: l’inevitabile selezionare porzioni di un tutto. Parti delimitate. Sì, segmenti. E se smettessi di selezionare e ricercare continuamente regolarità, ricorrenze, ripetizioni, cose già viste e riconosciute? Cosa accadrebbe se per una volta tutto fosse realmente come è, Nuovo? Saresti nulla nel vortice dell’immediato? Nel baratro del qui ed ora? L’azione ha una funzione essenziale: limitare il più possibile l’atto immediato della tua pura organicità. Parti. Visuali.

12.3

Stai per partire non è vero? Vorresti essere una cosa priva di parti, essere una casa priva di porte, chiunque far uscire o entrare. Accogliere una giornata di sole che si spalanca nei vasti campi racchiusi nell’ombra minuscola, lì, su quel muro insignificante. Vorresti essere quel destino algebrico che si dipinge sulla sonnolenta ombra del mattino.