Diario percettivo

11.0

La luce nei pomeriggi d’estate attraverso le persiane abbassate, una striscia di verità nei campi fioriti dell’altra primavera. Eppur sei qui, di nuovo, ora. Il rimbalzo c’è stato, ma in realtà non c’è stato. Ridici il ridetto che poco fa non avresti nemmeno immaginato di dire. Se tra il dire ed il mare ci fosse in mezzo il dire, potresti fin d’ora lasciarti andare; se tra un punto ed una retta ci passa un altro punto: fino a che punto conviene star qui? Un rimbalzo, sì. Un rimbalzo. Una danza. Un gesto di scrittura che precede entrambi: significato e suono di parola. Una scrittura senza voce. È la scrittura del rimbalzo. Uno scenario. La scrittura che non dice niente. Il corpo diventa gesto, l’immagine ambiente, l’ambiente immagine e la realtà si raddoppia, il tuo corpo, gli altri, gli oggetti usabili: la scena narrativa, uno stato immobile che ti dice di cosa si tratta, di cosa ti stai occupando, come ti devi comportare, di cosa stai parlando. Tu sei in lotta: l’abitudinario è il tuo avversario, ma è un idea confusa, inafferrabile.

I tuoi piedi, quelle mani, se ti giri vedi un tavolo, delle sedie, cose che hanno un nome, uno schema, hanno per te un senso, la finestra serve per accogliere la luce e per guardare fuori, la sedia per sederti, sul tavolo puoi cenare, pranzare, fare colazione. E se per un momento facessi finta di non avere azioni da compiere?

11.1

Una costruzione della mente. Un miraggio esistenziale. Focalizza la tua attenzione sullo spazio vuoto tra un pensiero e l’altro. Lascia che i pensieri emergano come dei pesci che saltano dallo specchio calmo di un lago: l’unico obiettivo è quello di seguirli, uno alla volta, accompagnarli, finché non scendono di nuovo, da dove sono venuti, nello specchio del lago.